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Le posizioni della percezione

Il triangolo di Kanizsa, una delle illusioni più famose della psicologia della Gestalt L'apertura del sé nell'esperienza è un essere-nel-mondo. Con Heidegger, l'uomo è un "Esserci", perché conosce il suo essere e il suo poter essere a partire dalla sua relazione con l'altro e con le cose. Comunicare con l'altro significa dare corpo alla relazione e, insieme, modellare le sembianze del nostro "Esserci". Il volto del nostro "Esserci" si decide nella scelta delle possibilità. Quale che sia il luogo, il tempo, il contesto in cui ci troviamo ad esistere, siamo chiamati a scegliere l'una o l'altra strada. Questo processo decisionale ha il suo motore nella prospettiva da cui guardiamo il mondo. Qual è l'origine e quale la destinazione di questa prospettiva? Il primo punto di vista, la camera che apre tutte le possibilità, è la prima apertura sul mondo: Io-con-me stesso. Questa è la posizione percettiva fondamentale, quella che viviamo quando siamo una cosa sola con le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre parole. Io sono "tutto" in me stesso e sento, vedo, percepisco il mondo secondo le declinazioni delle mie credenze. Può capitare di raccogliersi in sé, fino a chiudere la porta a tutto quello che abita fuori di noi. Quando l'Io-con-me guadagna tutte le nostre energie, siamo incapaci di comunicare con l'altro, fino al punto estremo di gettare via la chiave e dimenticarci del mondo.

Ad un primo sguardo, possiamo credere che l'unica "posizione" possibile sia la prima, ovvero Io-con-me stesso. Ma che succede quando siamo in relazione con l'altro? Il gioco della comunicazione dà vita a diverse modalità di stare con gli altri. Il dialogo con un altro sé, ad esempio, può condurre ad una nuova esperienza prospettica. Io-con-l'altro non sono più Io-con-me stesso. Sono una persona in un dialogo, sono in posizione di ascolto e di domanda, sono in qualche modo fuori "da me", ma ancora in rapporto con me. Quando riesco a sintonizzarmi sullo stato d'animo dell'altro, quando entro nella sua prospettiva e, per un attimo soltanto, il suo linguaggio è anche il mio, allora sono entrato in empatia. La relazione continua ad essere fra Sé ben distinti, ma si aggiunge la comprensione del mondo dell'altro. Mantenere la distinzione, la giusta distanza dall'altro è indispensabile per comprenderlo e per conservare "intatto" il proprio Sé. Quando, al contrario, ci si identifica completamente con l'emozione e con il mondo dell'altro, si finisce per perdersi e per "annullarsi" in qualcosa che non sono più "Io". Per questo motivo, è essenziale avere ben chiara la differenza fra empatia ed identificazione. L'empatia stabilisce la relazione e il contatto con l'altro, l'identificazione mortifica il proprio Sé e lo "scioglie" in quello di qualcun'altro.

Fuori dal dialogo con l'altro, c'é la terza posizione: quella di chi osserva. Quando, come osservatori, ascoltiamo e guardiamo gli altri che comunicano, siamo in una prospettiva ancora diversa. L'osservazione richiede silenzio, ascolto, distacco emotivo e apertura di tutti i sensi. Se teniamo "svegli" i canali della percezione, catturiamo un'infinita varietà di informazioni sull' "andamento" delle relazioni comunicative. Chi frequenta spesso la terza posizione, si accomoda volentieri ad osservare gli altri che parlano. Può capitare che l'abitudine all'osservazione prenda il sopravvento sulle altre posizioni percettive e, quando accade, perdiamo pian piano contatto con le nostre emozioni e finiamo per far da spettatori alla vita degli altri.

Possiamo incontrare ancora un altro modo di percepire l'esperienza di relazione con gli altri. La quarta posizione è "Insieme con gli altri", il "Noi". Quando l'Io non è più con me e si fa abbracciare da una totalità, allora siamo "Noi". Accade che usiamo espressioni linguistiche come "noi siamo", "noi pensiamo", "noi vogliamo". In tutti questi casi, il Sé individuale non è più uno, ma molteplice e unico allo stesso tempo. Quello che accade è il percepirsi come parte di un tutto, come un punto di vista più grande che ricomprende anche il nostro singolo Io. Ci sono contesti dove l'uso del "Noi" è funzionale alla generazione di appartenenza ad un mondo condiviso. Ne sono esempio gli adepti di una confessione religiosa e i gruppi sociali che sia percepiscono come entità uniche e distinte. Quando il "Noi" mette in un angolo le altre posizioni percettive, ci perdiamo in un indistinto magma che conduce alla triste dimenticanza del Sé.

Possiamo camminare e spostarci in differenti posizioni percettive. Ogni posizione è una diversa prospettiva sull'esperienza, una fonte di ricchezza che apre sempre nuove possibilità. Quando impariamo a "saltare" con agilità dall'una all'altra, siamo capaci di raccogliere informazioni ed emozioni che, altrimenti, andrebbero perdute.

di Linda Scotti

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