Ditelo con un marchio
di Giuseppe Caglioti - articolo pubblicato da
Newton
- Marzo 1998
Nei Paesi industrializzati è in continua crescita il numero di prodotti
industriali e di servizi. Ciascuno di noi, posto di fronte a un superfluo che
subito appare necessario, pressato dall'urgenza di compiere scelte talvolta
inconciliabili, diventa bersaglio della pubblicità. E, magari senza neanche
saperlo, devolve alla pubblicità circa 150 mila lire all'anno: più
o meno quante ne spende per la ricerca scientifica. La pubblicità ha
obbiettivi precisi: sollecitare i consumi, stimolare i desideri, polarizzare
le scelte. In una parola: persuadere. Prima di tutto bisogna attrarre l'attenzione
dell'osservatore: stabilire un contrasto visivo fra il messaggio pubblicitario
e ciò che lo circonda. Probabilmente, nessun accorgimento è più
efficace di lasciare spazi omogenei, magari a tutta pagina, tutt'attorno al
messaggio, come nel caso del Chianti Doc. Milioni buttati al vento, si dirà:
il silenzio costa. Ma ripaga.
Per persuadere il lettore assorto e distratto occorre premiarne l'accondiscendenza.
In che modo? Con l'eleganza, la bellezza, le luci, la chiarezza. Con la semplicità
del messaggio. Che il messaggio sia chiaro, memorizzabile, sintetico: al
limite, basta il marchio del prodotto. Ripetuto in tutti i formati con sistematicità
implacabile, il marchio si ritrova dappertutto. Un marchio oggi sugli slip dei
maratoneti, lo stesso marchio domani sulle auto di Formula Uno e sulle maglie
dei calciatori. E lui ti s'imprime nella memoria, e scava nel profondo della
mente, nascondendosi in questa come un modello primordiale delle cose che conosciamo,
un archetipo. Allora il marchio diventa familiare al punto da non poterne più
fare a meno.
Anni fa rubarono la mia Mercedes. Una 220 Diesel di diciassette anni, 480 mila
chilometri percorsi. L'Europa Unita era meno unita di oggi. Mi piaceva l'idea
di dare un colpetto nel verso giusto alla bilancia dei pagamenti. Ma quello
che più mi tratteneva dal rimpiazzare la Mercedes con un'automobile nostrana
era il marchio. Quel mezzo milione di chilometri li avevo guidati tutti mantenendo
la coda dell'occhio sulla stella a tre punte; il marchio era diventato un riferimento
per calibrare la distanza giusta dal bordo della carreggiata, per mantenere
la strada. Ma è possibile identificare veri e propri criteri psicologico-scien-tifici
per di-segnare un marchio in modo che esso possa assolvere al meglio la sua
funzione di onnipresente "persuasore occulto"? In effetti un marchio
è frutto dell'incontro fra psicologia della scelta e meccanismi della
percezione, fra arte della persuasione e scienza della comunicazione.
Per risultare efficace, un marchio deve essere uno stimolo in sintonia con
la sfera psicologica del potenziale consumatore. Questi, con il suo stato d'animo
influenzabile, muove da una iniziale incertezza di fondo, da una situazione
di instabilità, fino ad arrivare alla decisione finale sulla scelta di
un prodotto. Il travaglio caratteristico di chi deve prendere una decisione
è sotto certi aspetti analogo a quello di chi vuole decifrare l'immagine
che compare nella pagina accanto, in alto. Un po' come per il gallo del Chianti
Doc, si tratta anche qui di estrarre dallo sfondo l'immagine in esso nascosta.
Mentre però la figura del gallo si staglia netta sullo sfondo, qui il
processo di identificazione del contorno della figura richiede un'attenta elaborazione
mentale in quanto la lunghezza totale delle linee di demarcazione tra le chiazze
nere (appartenenti alla forma?) e il bianco (costitutivo dello sfondo?) è
relativamente elevata. Per elaborare l'immagine bisogna superare anche in questo
caso una fase di instabilità, fino a identificarla in un modello di oggetto
(nella fattispecie, quello del cane) esistente nella nostra memoria: occorrono
curiosità, attenzione, capacità di controllo e tempo, le stesse
risorse che occorrono a un potenziale acquirente. Ma nel momento dell'instabilità
basta una fluttuazione ed è la catastrofe. E un marchio ben strutturato
dà nel momento giusto e nel posto giusto la spinta che ci vuole per orientare
chi si sente ugualmente attratto da quattro marche di acque minerali, tutte
rigorosamente inodori, insapori e incolori.
L'ideale è che gli stimoli suggeriti dal marchio entrino in risonanza
con il mutevole stato d'animo del consumatore: ovunque nel mondo quest'ultimo,
in questo mercato globale, si trovi a dover operare la sua scelta, e quale che
sia la sua lingua materna. Non sempre è possibile caricare di eguali
significati un marchio in tutte le culture: il marchio Deutsche Bank - un quadrato
a prova di lancia termica solcato da una diagonale che sale verso l'alto partendo
da sinistra in basso - per noi occidentali che siamo abituati ad affrontare
la lettura di una pagina o di un'immagine muovendo lo sguardo da sinistra verso
destra, evoca una evoluzione positiva, protetta e all'insegna dell'ottimismo.
È però probabile che un'impressione di segno totalmente opposto
potrebbe essere destata da questo marchio in coloro che, come i giapponesi,
sono culturalmente abituati ad affrontare la lettura di una sfilza di ideogrammi
muovendo lo sguardo da destra verso sinistra. Il marchio deve quindi trasmettere
un messaggio universale che non ha bisogno di essere tradotto; deve inoltre
evocare, senza entrare nel dettaglio, le caratteristiche salienti di un prodotto,
di un servizio o di una azienda: occorre però soprattutto che la struttura
del marchio sia in sintonia con lo stato d'animo del potenziale consumatore.
In questa fase il potenziale consumatore è fondamentalmente incerto.
Si sente insicuro e a disagio. Pressato dalla necessità di uscire dall'incertezza,
esplora ansioso a lungo, in lungo e in largo, le tante opzioni che gli si presentano:
e le confronta, le correla e le soppesa in cerca di quella fluttuazione che
gli consenta finalmente di scegliere. Istintivamente, il consumatore presta
attenzione a chi si premura d'informarlo e persuaderlo. Tendenzialmente sospettosa
e diffidente, la persona che compra è sensibile a riferimenti fissi e
ripetitivi atti a ingenerare fiducia e tuttavia gradisce elementi dinamici fatti
apposta per aprire prospettive favorevoli: soprattutto se queste si profilano
partendo da situazioni bilanciate, almeno per costruzione, piuttosto congeniali
al suo iniziale stato d'ansia.
Il consumatore, insomma, è avido di rassicurazioni e al tempo
stesso di incitamenti. E apprezza ogni stimolo (magari di natura grafica)
in cui confluiscano le espressioni più rappresentative di queste esigenze
contraddittorie del suo stato d'animo. Così, trova riferimenti rassicuranti
nei marchi dotati di elementi di simmetria: simmetria su un piano, oppure ripetizioni
oppure assi di rotazione o reticoli: figure che riflesse, ribaltate o ruotate
non cambino la struttura del marchio. Ma al tempo stesso il consumatore coglie
con grande sollievo e con curiosità la presenza di elementi che spezzino
la ripetitività e la monotonia, tipiche di ogni struttura simmetrica,
e con uno sbilanciamento inneschino vivaci dinamiche che evocano crisi e mutamenti
nonché prospettive nuove. L'efficacia di un marchio si può
così riconoscere in un calibrato dosaggio della simmetria e della rottura
di simmetria. La prima svolge un'azione rassicurante grazie all'equilibrio
degli elementi strutturali; la seconda, un'azione d'incitamento promossa da
rotture di simmetria. Queste "rotture" possono essere già presenti
nel marchio o essere provocate dallo stesso consumatore durante la fase di instabilità
del processo di percezione. In questa prospettiva, la pubblicità costituisce
un riferimento privilegiato per meglio comprendere l'immagine e anche per capire
di più, attraverso l'immagine, noi stessi.
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