Inseparabili il gesto e la parola
di Marco
Pacori - Tuttoscienze n. 958, La Stampa, anno 135, n. 16 - 17.01.2001
Chi non conosce uno di quegli individui che possiedono una gamma di espressioni
che va dal cipiglio allo sguardo glaciale ... e di poche parole? E chi non si
è sentito una volta o l'altra nella vita così teso e impacciato da non trovare
niente da dire o non sapere come rispondere?
Cosa hanno in comune questi due esempi? L'assenza o la rarità dei gesti. Da
quanto è emerso da uno studio in corso di pubblicazione di Robert Krauss e Ezequiel
Morsella della Columbia University di New York, parlare fluentemente, in modo
colorito, avere la battuta pronta è legato all'espressività e alla quantità
dei gesti che facciamo durante il dialogo. E sembra che ora se ne siano individuate
anche le basi neurologiche.
Si suppone da tempo che il linguaggio abbia avuto origine dai gesti e le osservazioni
sull'acquisizione della parola sembra avallare questa ipotesi; solo in tempi
recenti ci si è accorti che l'espressione verbale ha tutt'altro che soppiantato
i gesti e che proprio questi ultimi sono parte integrante della facoltà di parlare
con proprietà e scorrevolezza.
Una delle prime osservazioni al riguardo la si deve allo psicologo Bernard Rimé
dell'Università di Louvain in Belgio che ha notato come quando nel dire qualcosa
si gesticoli, il movimento anticipa sempre la parola. In un recente studio in
cui i soggetti erano immobilizzati, si è constatato come questi ultimi, parlando,
avesserò difficoltà ad esprimersi e provassero molto spesso la sensazione di
avere una "parola sulla punta della lingua". Un indagine in cui era stato impedito
ai partecipanti di muoversi hanno dimostrato come l'eloquio diventi più povero,
più "insipido", l'articolazione delle parole appaia più stentata e aumentino
gli errori di pronuncia.
Sempre nella stessa ricerca è stato messo in luce che numero e ostentazione
nei gesti cambiano in relazione all'argomento di conversazione: sono minori
quando si ci riferisce a un concetto astratto; per contro, sono più vivaci ed
espressivi mentre si descrivono scene, azioni o oggetti concreti. Inoltre,
se si devono illustrare gli aspetti spaziali di qualcosa e si è impossibilitati
o inibiti ad usare dei gesti, il discorso risulta più impreciso e meno particolareggiato.
Il nuovo studio di Krauss e Morsella, psicologi alla Columbia University
a New York, sul rapporto tra linguaggio e gesti ha gettato nuova luce sull'argomento.
I due ricercatori avevano applicato all'estremità superiore destra dei
soggetti seduti degli elettrodi che danno modo di registrare la presenza di
tensione muscolare. Ai partecipanti venivano quindi lette delle definizioni
di utensili, cose e idee e veniva chiesto loro di dire il nome di ciò a cui
ci si riferiva.
Dall'esame delle risposte e dal confronto con gli elettromiogrammi, i ricercatori
hanno osservato che i termini concreti suscitavano una maggiore contrazione
nei muscoli dell'arto dominante. Per altro, è stato anche constatato che, benché
tensione e movimento dell'altro braccio non fossero misurati, anche questo veniva
mosso assieme alla mano e che i movimenti erano tuttal'altro che scomposti:
anzi, erano realizzati in modo tale da fornire una raffigurazione plastica del
termine cercato oppure dei movimenti che si fanno nell'afferrarli o nel farne
uso; così ad esempio, nell'atto di recuperare il nome "pianura", i soggetti
muovevano la mano a raggera e nel ricordare il termine "spiedo", eseguivano
una rotazione con il pugno semichiuso.
Per spiegare queste relazioni, gli autori hanno abbracciato la tesi elaborata
dall'equipe di neurologi dell'Università Cattolica di Roma, capitanata da Gainotti:
sulla base di osservazioni su individui che avevano subito danni cerebrali,
questi studiosi ritengono verosimile che quando apprendiamo il significato di
un oggetto, lo archiviamo nella memoria assieme alle azioni e alle contrazioni
muscolari che compiamo usandoli o che eseguiamo per comprenderne il funzionamento.
Così, quando ci troviamo a richiamare a mente il suo nome, recuperiamo in realtà
l'intero complesso di informazioni ad esso legate. In altre parole, si attivano
non solo l'area linguistica del cervello, ma anche quella motoria e premotoria
dove immaganizziamo le sequenze di azioni fra loro coordinate. La evocazione
nel cervello del movimento metterebbe automaticamente in moto i muscoli
e ci spingerebbe ad accennare per lo meno parte della sequenza; questa, a sua
volta, diverrebbe un "spunto" per ricordare il nome dell'attrezzo o dell'oggetto.
Per quanto riguarda il recupero dei nomi di cose concrete si attiverebbe,
invece, l'area di integrazione sensoriale (in questo caso, tra il senso del
tatto e la vista). Semplificando, possiamo dire che per capire meglio la struttura
o i rapporti spaziali di qualcosa è come se passassimo una mano immaginaria
su una sorta di suo "modellino"; in questo modo, oltre a vedere differenze in
altezza, angoli e avvallamenti, sentiremmo anche le dimensioni tattili corrispondenti,
cioè rilievi, spigoli o infossature: invieremmo poi il tutto nella memoria
assieme al nome della cosa … al momento della sua "rievocazione", adotteremmo
quindi un processo analogo a quello indicato per il ricordo dei nomi di oggetti.
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