Chiedi e ti sarà detto
L'albero della conoscenza ha molte radici. Ci sono percorsi e radici che parlano
di saperi molteplici e distinti. Ci sono concimi che sono utili solo a porzioni
dell'albero e altri nutrimenti che sono necessari per conservare la vita di
ogni cellula. C'è qualcosa che fa crescere ed alimenta con passione il
sapere umano e questo qualcosa è la domanda. Se fosse possibile,
il punto interrogativo meriterebbe un posto d'onore in un manuale di punteggiatura.
Chi domanda apre una porta, accende una luce. La domanda è un segnale
di vicinanza, una stretta di mano che chiede di entrare, di avvicinarsi un po'
di più al mistero di chi parla con noi. Facciamo attenzione alle domande
che ci incontrano. Dietro ogni richiesta, c'è un'intenzione, un obiettivo.
Chi ha in mente un punto interrogativo, ha un'informazione che gli manca, un'ombra
che nasconde qualche oggetto che ha un significato e un valore per chi domanda.
L'intenzione, talvolta, può essere piccola e poco significativa. Si esaurisce
nella banale e semplice curiosità di un "che ore sono?" o di
un "come si chiama il tuo cane?".
Quello che ci interessa davvero, è comprendere e saper utilizzare le
domande che arrivano al cuore di una questione. Un passo dopo l'altro,
ci conducono proprio là dove volevamo arrivare. Questo genere di domande,
prima di ogni altro requisito, mettono in cima a tutto la chiarezza dell'intenzione.
Che cosa vogliamo fare con questa richiesta? Dove vogliamo arrivare? Che
ci aspettiamo dall'altro?
Insieme a questo passaggio essenziale, disegniamo e ricordiamo i tratti distintivi
del destinatario della domanda. Che genere di persona è? Che cosa si
aspetta da me? Questo genere di informazioni di base, a proposito dell'obiettivo
e del destinatario del messaggio, sono scolpite nella pietra e bisogna tenerle
davanti agli occhi in qualsiasi contesto di comunicazione. Ecco, mancava all'appello
proprio lui: il contesto. Ogni relazione comunicativa ha il suo habitat, il
suo specifico contesto, dove io gioco un ruolo, tu ne giochi un altro e siamo
dentro un mondo di conoscenze e significati condivisi.
Quando ci interessa conoscere davvero una persona, oppure scoprire fette interessanti
della sua esperienza, quello che facciamo è fare qualche domanda. Dove
mira la nostra richiesta? Se la domanda è ben formulata, il suo biglietto
da visita è la precisione. Tanto più la richiesta è
pertinente e precisa, tanto meglio correrà incontro all'esperienza e
alla mappa del mondo di una persona. Certo,
c'è modo e modo di fare una domanda. Se siamo in rapport, se
siamo in armonia con la persona, allora
possiamo avanzare richieste che, altrimenti, sarebbero anticipate da una pesante
e meritata porta in faccia.
Detto fatto: siamo in un contesto positivo e favorevole per le nostre domande.
E' tempo di lasciar spazio alla curiosità. Che cosa chiedere? Il contenuto
non è importante o, almeno, sono fatti nostri. Quel che conta davvero,
è la forma delle domande, ovvero quello che stiamo cercando, la
nostra intenzione.
Facciamo qualche esempio. Una persona dice: "Tutte le donne che leggono
riviste femminili sono superficiali e pettegole." Noi pensiamo che questa
affermazione sia una fesseria. Come facciamo ad esplorarne le componenti e,
di seguito, a smontarla? La prima cosa da fare è capire perché
un'affermazione di questo genere è una fesseria. Lo è, innanzitutto,
dal punto di vista formale. Quando qualcuno tira in ballo l'intero genere umano
o buona parte di esso con un "tutti", siamo in cattiva compagnia di
una generalizzazione. La persona in questione ha incontrato qualcuno con certe
caratteristiche ed estende una singola esperienza alla generalità di
tutte le esperienze possibili.
Le domande utili per aprire una crepa nella sua convinzione sono: "Proprio
tutte le donne sono così? Non ti è mai capitato di conoscerne
una che leggeva una rivista femminile e non era superficiale? E se la incontrassi,
come sarebbe?".
Da qui, è molto grande lo spazio per far correre altri punti interrogativi.
Ad esempio, è interessante sapere che cosa significano gli aggettivi
"superficiali" e "pettegole". Certo, sul dizionario della
lingua italiana troviamo definizioni ufficiali e condivise di una parola. Nell'esperienza
di vita, tuttavia, la faccenda si complica parecchio. Chi sa che cosa significa
per me una parola? Se facciamo un esperimento e chiediamo a tre persone
di definire che cosa significa per loro "superficiale", otterremo
tre risposte differenti. Ogni risposta, ogni definizione è la traduzione
in codice linguistico di una singolare esperienza, che ha trovato un marchio
ritenuto adeguato nella parola "superficiale".
Arrivati qui, che cosa val la pena di chiedere? La domanda da fare è:
"Che cosa significa per te superficiale? Che cosa intendi con pettegola?".
Le risposte che arrivano sono fonte di un continuo stupore e di una crescita
personale di valore inestimabile. Quando facciamo cadere una convinzione
limitante - e lo è perché nasce dalla generalizzazione di
una brutta esperienza - siamo come astronauti che scoprono nuovi mondi.
Se cambia una convinzione, le facce delle cose e delle persone cambiano il loro
significato. Abbiamo nuove possibilità di interpretare e di vivere che
non vedono l'ora di essere scoperte.
di Linda Scotti
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