Recenti contributi dell'interazionismo simbolico alla ricerca sui mass media
di Linda Scotti
CAPITOLO 2 LA COMUNICAZIONE COME CULTURA
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2.3.7 Baudrillard in America.
Per Baudrillard, come si è già detto, non è invece possibile
sfuggire in alcun modo alle trappole tese dalla società postmoderna.
Il più pericoloso di questi tranelli è costituito, secondo il
nostro Autore, dall'illusione di conservare le nostre identità concrete,
al di là delle immagini che ne generano i media. In modo specifico, Baudrillard
fa riferimento a un suo viaggio negli U.S.A, che avrebbe confermato la tesi
del venire meno della riflessione su se stessi, laddove il simulacro la fa da
padrone. Dal suo punto di vista, gli americani sanno di se stessi e della loro
cultura solo quello che vedono al cinema o alla TV. La loro identità
culturale si giocherebbe perciò solo sul piano dei rapporti tra le 'ombre';
per questa ragione un distacco critico, che spinge all'autoanalisi, non sarebbe
più possibile.
"Baudrillard in America parla della sua ricerca per trovare ciò
che aveva già trovato, prima che andasse in America, dal momento che
ciò che trovò era una versione americanizzata di casa. Disilluso,
cinico(...)andò, come qualsiasi turista europeo deve fare, dall'Est all'Ovest(...)Ciò
che trova , naturalmente, è(...): che le società industrializzate
avanzate, quelle chiamate postmoderne, hanno superato un livello di riflessività
nel loro rapporto col reale e con le sue rappresentazioni(...)Una società
cinematografica, una società dello spettacolo, una società che
costantemente vede se stessa riflessa sulla luce abbagliante dello schermo televisivo(...)Questo
è un fenomeno mondiale, non qualcosa di unico per l'America."
Certamente Denzin non contesta a Baudrillard la pervasività delle immagini
cinematografiche e televisive nella vita quotidiana. Anzi, la sua riflessione
sul cinema hollywoodiano, come si vedrà più avanti, beneficia
ampiamente del contributo del pensatore francese. Quello che Denzin non può
passare sotto silenzio è la rappresentazione stereotipica ed europeizzata
degli Stati Uniti proposta da Baudrillard, che non fa cenno al contatto con
le persone e con le molteplici culture locali. Baudrillard insomma sapeva già
quello che avrebbe trovato, ancora prima di partire, e non ha cercato altro
che le conferme al suo paradigma.
"L'America astrale di Baudrillard è data dalle immagini che giungono
allo sguardo, quelle che erano già familiari prima che fossero viste,
perché erano state viste prima. La sua America astrale è un mondo
di significanti che fluttuano liberi. Diversamente dai primi intellettuali europei
(de Tocqueville, Weber, Adorno) che tentarono letture interpretative del carattere
americano attraverso un contatto esteso con le persone comuni e fuori del comune,
Baudrillard sfugge la profondità, trovando un intenso senso di pace e
di nostalgia nel mondo di plastica che i suoi occhi guardano."
Queste osservazioni mettono in luce, ancora una volta, la discrepanza che di
fatto esiste tra l'approccio pragmatico/interazionista ai fenomeni sociali,
e quello teorico/totalizzante della riflessione europea. Il nostro Autore non
può infatti fare a meno di accogliere l'invito di Mills e dell'interazionismo
ad avvicinarsi alla vita vissuta, se davvero si desidera comprendere in profondità
quello che si sta studiando.
2.4 La cultura del visibile: una lettura del cinema americano.
In questo paragrafo l'analisi si sposterà dalle considerazioni generali
appena svolte sulla cultura postmoderna, a una lettura più ravvicinata
di questa cultura, passando attraverso uno sguardo sul cinema americano. L'analisi
che segue utilizza come premessa interpretativa il film di Spike Lee Fa' la
cosa giusta che si impone, secondo Denzin, come modello per un' interpretazione
critica ed etnografica del postmoderno.
2.4.1 Fa' la cosa giusta: il vissuto al di là del simulacro.
Il contatto con l'esperienza insegna ad andare oltre il simulacro, per vedere
quali sono i problemi all'ordine del giorno. Uno di questi problemi è,
ad esempio, quello dell'identità razziale, che il regista Spike Lee affronta
nel film Fa' la Cosa Giusta (orig. Do the Right Thing, 1989). Denzin ci offre
un'analisi molto interessante di questo film, che mostra come l'identità
culturale sia definita e rafforzata attraverso i segni e i prodotti mediali.
"Come chi fa un film, noi possiamo raccontare storie minuscole sulla condizione
umana, mostrando come queste storie che viviamo, le libertà che guadagnamo
e perdiamo, siano incluse da narrazioni culturali più ampie che preparano
i loro percorsi interpretativi dietro le nostre spalle(...)Possiamo svoltare
in direzione di una sociologia interpretativa cinematografica-etnografica che
cominci sempre con le nostre esperienze personali(...)cercando di scoprire un
modo e uno stile di rappresentazione che universalizzi la nostra esperienza."
Secondo il nostro Autore il film in questione è un lavoro di tipo etnografico,
che racconta l'esperienza vissuta delle minoranze etniche in un ghetto. La vicenda
ruota attorno alla pizzeria che un italo-americano, Sal, gestisce con i suoi
figli, Pino e Vito. Il quartiere, dove Sal possiede la pizzeria da venticinque
anni, è abitatato in prevalenza da afro-americani, ma ci sono anche gli
ispano- americani e i coreani. Ogni gruppo etnico nutre una insofferenza, più
o meno forte, nei confronti degli altri, che comunque viene repressa fino al
momento della rivolta finale contro il potere 'bianco', rappresentato dalla
pizzeria.
"Fa' la cosa giusta è una etnografia delle esperienze vissute di
uomini, donne, bambini comuni, quotidiani bianchi e neri, italiani, coreani,
portoricani e ispano-americani a Brooklyn. Il suo focus sono il mondo urbano
diviso razzialmente e i livelli e gli strati di violenza, odio, nonviolenza,
e amore che strutturano questo mondo. Superficialmente nostalgico nel suo uso
degli scritti e delle foto di Martin Luther King Jr e di Malcolm X, il film
di fatto suggerisce che queste due figure storiche definiscono la situazione
paradossale dei contemporanei neri ( e bianchi). Fare la cosa giusta implica
la risoluzione dei conflitti tra amore e odio, nonviolenza e violenza, difesa
personale e lotta contro il potere esistente."
Il messaggio politico di Lee, come accenna qui Denzin, consiste innanzitutto
nel mettere a confronto i due eroi della cultura nera, con le loro rispettive
posizioni antitetiche: Martin Luther King Jr e Malcolm X. Il primo è
l'emblema di una lotta pacifica contro la discriminazione razziale; il secondo
invece rappresenta il bisogno di ribellarsi con forza a quelle condizioni di
vita che perpetuano l'oppressione. La foto dei due leaders, ritratti mentre
si stringono la mano, è un'immagine che ricorre costantemente nel corso
del film. Sono innanzitutto le fotografie infatti che testimoniano la cultura
del visibile, che domina la società postmoderna. Invertendo, si potrebbe
dire che è la visibilità della propria cultura che ne testimonia
l'esistenza.
"Le fotografie in Fa' la Cosa giusta diventano i veicoli e le metafore
della cultura, che guarda, guarda fisso, che è stanca di essere messa
fuori dallo sguardo dei bianchi italo-americani. Le fotografie simboleggiano(...)una
cultura nera che conosce se stessa solo attraverso le proiezioni riflessive
delle esperienze vissute (e delle sue rappresentazioni) che sono controllate
dagli interessi economici bianchi."
Dicevo prima che la vicenda ruota attorno alla pizzeria di Sal. E' Sal che nella
parte conclusiva rifiuta di appendere le foto dei 'fratelli' neri tra quelle
di Frank Sinatra, Sofia Loren, Al Pacino e altri italiani famosi. Questa negazione
della visibilità è la miccia che accende la discussione che porta
Sal, in un impeto di rabbia, a fracassare con una mazza da baseball lo stereo
di un ragazzo di colore, Radio Raheem. L'atto di 'uccidere' la musica dei Public
Enemy, mentre cantano Fight the Power (Combatti il Potere), rappresenta una
forma di azzeramento anche dell'identità del ragazzo, che di fatto verrà
ucciso durante la rivolta nelle sequenze successive.
"Quando Sal uccide la radio di Radio Raheem, uccide la musica. Questo atto
politico violento è una risposta all'atto ugualmente politico di Raheem
di chiedere che la foto di un uomo di colore sia sul muro(...)Uccidendo la radio
si annichilisce l'attacco di Raheem al potere di Sal. L'assassinio di Raheem
(da parte di un poliziotto) è un'estensione simbolica di questo atto
politico; morì quando la sua radio e la sua musica vennero assassinate"
Il messaggio di Lee, secondo Denzin, è particolarmente significativo
dal momento che ha saputo dimostrare che le immagini e i prodotti della cultura
popolare in genere hanno un peso politico determinante. Le identità culturali
degli italiani, degli afroamericani, degli ispanici, sono perciò oggetto
di una contrattazione continua giocata sul piano delle loro rappresentazioni
in forma simbolica. In tal modo le immagini fotografiche, cinematografiche e
televisive, insieme alla musica e ai colori delle T-Shirts (bianco, nero) assumono
un ruolo fondamentale nella costruzione della propria identità.
"Secondo Lee ciò che indossi è quello che sei(...)Qui allora,
nel ghetto urbano America, dove la razza conta e fa la differenza, i segni sulle
magliette funzionano come cose che hanno conseguenze reali. Nel movimento dal
semiotico al reale, dal segno e il suo significante, al cuore del significato,
Lee ha raggiunto quello che altri teorici postmoderni sono stati incapaci di
raggiungere. Ha mostrato come i segni connettono e danno forma alla reale esperienza
vissuta. Così facendo ha prodotto uno dei film più sconvolgenti
degli anni ottanta(...)Chiedendoci di fare la cosa giusta, Spike Lee chiede
che noi riconsideriamo i significati che abbiamo portato così lontano,
inconsapevolmente, verso i significanti ordinari che indossiamo sulle nostre
schiene."
2.4.2 Il sé postmoderno: lo sguardo della sorveglianza.
L'opera successiva, che Denzin ha dedicato al cinema, si intitola La Società
Cinematografica: lo Sguardo Fisso del Voyeur (orig. The Cinematic Society: the
Voyeur's Gaze) e prende le mosse proprio dalla conclusione del suo precedente
esame delle immagini della società postmoderna. Si è visto che
la cultura postmoderna è caratterizzata da una sovrabbondanza di icone
che tendono a far coincidere i significati con i loro significanti, costringendo
l'esperienza vissuta ad arretrare dietro la 'corposità' apparente dei
simulacri televisivi o cinematografici.
Partendo da questo assunto che, come si è visto, Denzin ha tematizzato
nuovamente a partire dal simulacro di Baudrillard, la riflessione ora si sposta
sul sé cinematografico e sulle caratteristiche del suo sguardo. Se infatti
la cultura del visibile ha come conseguenza principale il privilegio accordato
al senso della vista, allora avrà una rilevanza speciale l'indagine delle
tipologie dominanti di sguardi sull'esperienza. Denzin, in questo saggio, suggerisce
innanzitutto che questi sguardi, pur nella loro varietà, sono frutto
di una interiorizzazione di quelli proposti dal cinema.
"Il postmoderno è un'epoca visuale, cinematografica; si conosce
in parte attraverso i riflessi che fuoriescono dall'occhio della camera. Il
voyeur è il sé iconico postmoderno. Alla deriva in un mare di
simboli, noi ci troviamo, tutti voyeur, prodotti dello sguardo fisso cinematografico(...)Il
voyeur di Hollywood giunge in molte forme: il reporter, il detective(...), la
spia, lo psicanalista, il pervertito sessuale, lo psicopatico, l'assassino,
il violentatore, il fotoreporter, il cameraman, il turista per caso(...)Studio
il film del voyeur e la sua collocazione nella società cinematografica."
Mi sembra fondamentale chiarire innanzitutto il significato che il termine voyeur
assume per Denzin, altrimenti si rischia di fraintendere le sue parole. Lo 'sguardo
fisso' di questo soggetto non ha necessariamente finalità sessuali, ma
si estende e si insinua più in generale laddove ci sia qualcosa da scoprire,
da vedere, da smascherare. E' insomma una forma intrusiva del guardare, che
mira a sottoporre l'altro, e insieme anche se stessi, a un regime di controllo
e di sorveglianza reciproca. Detto questo, si può ben immaginare che
l'ispiratore di questa riflessione sul voyeur sia stato Foucault.
"Il voyeur(...)diventa una metafora per l'occhio che conosce che vede attraverso
le strutture fabbricate di verità che una società presenta a se
stessa. Questa è una versione cinematografica dello sguardo fisso di
Foucault. Quello sguardo che ciascuno di noi ha interiorizzato(...)Questo è
lo sguardo della sorveglianza, lo sguardo del potere, lo sguardo che svela il
privato e lo rende pubblico. E' lo sguardo dell'etnografo(...)lo sguardo che
cerca di esporre il sociale e di rivelare le verità nascoste che vi soggiacciono.
E' lo sguardo della telecamera reso istantaneo dal cinema e dalla TV."
L'analisi dello sguardo della telecamera cinematografica o televisiva, come
si vede, non è certamente fine a se stesso. Si ribadisce qui, come in
Images of Postmodern Society, il fatto che l'analisi delle modalità con
cui operano i media è finalizzata a una critica culturale più
ampia e approfondita. Tale obiettivo si fa qui ancora più ambizioso,
perchè Denzin vorrebbe mettere in questione la legittimità della
stessa prospettiva sui fenomeni sociali degli etnografi e dei Cultural Studies.
Fino a che punto, cioè, può considerarsi lecito il desiderio comune
dei ricercatori di svelare una qualche verità sui meccanismi di funzionamento
dell'esperienza?Una domanda simile implica la formulazione di un nuovo progetto
etico per la ricerca, che verrà fornito nella conclusione del suo lavoro.
"Voglio usare il testo cinematografico del voyeur come sfondo per una lettura
storica attuale delle pratiche interpretative delle scienze sociali, specialmente
le pratiche dell'etnografia e dei Cultural Studies(...)la cultura cinematografica
definisce le esperienze vissute che un progetto critico di cultural studies
prende come suo oggetto di studio. La televisione, il cinema, l'etnografia e
lo sguardo panottico del voyeur culturale sono le chiavi per la produzione di
questi resoconti autentici e realistici dell'esperienza vissuta(...)(gli etnografi
e i Cultural Studies) devono allora interrogarsi seriamente e mettere in questione
il loro stesso permesso di guardare."
2.4.3 Presupposti fenomenologici per un'analisi dello sguardo.
Ho appena accennato al rimando che Denzin fa a Foucault, che costituisce il
punto d'inizio delle sue riflessioni sulla natura invadente dello sguardo del
sé postmoderno. Non è però Foucault il solo pensatore francese
che a questo proposito viene chiamato in causa. Come si è già
detto nelle prime pagine di questo lavoro, anche Sartre e Merleau-Ponty risultano
per Denzin termini di un costante confronto. La fenomenologia e l'esistenzialismo
sono in effetti il punto di contatto più naturale tra gli interazionisti
simbolici e la filosofia europea, tant'é che anche Altheide e altri fanno
spesso riferimento al loro pensiero. In questo caso specifico, l'analisi esistenzialista
dello sguardo contribuisce a chiarire le implicazioni di un certo tipo di sguardo
sul piano della relazione con l'altro.
"E' necessario abbracciare una visione fenomenologica ed interpretativa
del soggetto che guarda che sia pienamente rispondente alle complessità
dell'esperienza cinematografica, e alle esperienze del guardare ed essere guardati.
Le fondazioni di una tale prospettiva(...)possono essere trovate nei lavori
di Sartre, Merleau-Ponty(...)e Foucault che offrono trattazioni fenomenologiche
dello sguardo fisso e del voyeur(...)Ciascuno teorizza uno sguardo generico
che è segnato dal genere e poi filtrato attraverso gli apparati di potere(...)Ciascuno
comincia con una concezione fenomenologica della visione, dell'occhio, dello
sguardo(...)"
L'assunzione di fondo, comune a tutti i fenomenologi, consiste nel riconoscere
un nesso che non può essere sciolto tra lo sviluppo dell'identità
e il modo in cui l'altro mi riflette nel suo sguardo. Infatti, dal momento che
l'esistenza si gioca sempre nel rapporto con gli altri, è dal loro riconoscimento(o
misconoscimento) del mio essere che imparo quello che sono.
Nello sguardo si cela perciò un potere non indifferente, che talvolta
viene usato per tenere l'altro sotto controllo, ovvero per trasformarlo da soggetto
in oggetto. Quando ci si accorge di questo pericolo imminente, nascosto negli
occhi del voyeur, si prova, dice Sartre, un forte senso di angoscia.
"L'altro(...)resta appunto irraggiungibile e pur sempre esposto al fraintendimento
o alla riduzione nel suo aspetto più oggettivabile. E' su questa base
che, ad esempio, fiorisce l'angoscia analizzata(...)da Sartre(...):angoscia
per lo sguardo dell'altro che potrebbe assumerci nella sola oggettivabilità
del nostro esserci, cosa fra le cose, oggetto fra gli oggetti."
Lo sguardo sull'altro ha dunque, per un certo verso, il potere di crearlo, di
farlo esistere come oggetto o come persona, come cosa da manipolare o soggetto
da rispettare. Il voyeur, qualunque sia la tipologia a cui appartiene (dal giornalista
allo psicopatico, dallo psicanalista all'etnografo), trae piacere proprio dalla
consapevolezza di questo potere creativo che esercita sull'identità degli
altri. E' solo Foucault, secondo Denzin, che ha reso davvero esplicito questo
presupposto del guardare, attribuendogli una dimensione non solo interpersonale,
ma anche politica. Foucault infatti, individuando le strutture costitutive della
'microfisica del potere', ha messo in luce le modalità di riproduzione
dei meccanismi sociali di repressione che operano non tanto sulla superficie
delle istituzioni, quanto nelle 'gallerie' sotterranee della vita quotidiana.
Questo significa che lo sguardo che tiene sotto controllo le attività
sociali non è immediatamente noto e identificabile, ma è onnipresente
e decentralizzato.
"Questo sguardo fisso concede strutturalmente l'autorità: con i
miei occhi ti creo(...)I piaceri del guardare scaturiscono da questa fatticità
basilare. Nel crearti, ti do una storia, una lettura erotica e una posizione
nella situazione(...)Posso usare il mio sguardo per aiutarti. Pensando che sono
altruista, uso il mio controllo su di te per manipolare il tuo corpo e la tua
mente(...)Foucault politicizza lo sguardo di Sartre e Merleau-Ponty. Il suo
sguardo è dato dall'occhio onnipresente del potere che è inserito
in tutte le strutture di micro-potere della società della sorveglianza."
2.4.4 Un voyeur cinematografico: lo sguardo dell'investigatore.
Un personaggio in particolare, elaborato in molteplici versioni dal cinema,
può ben rappresentare lo sguardo della 'società della sorveglianza':
il detective, ovvero l'investigatore. Dall' ordinario tenente di polizia, all'agente
dell'FBI, fino all'ultimo investigatore privato, tutti godono della medesima
opportunità professionale di vedere quello che gli altri, comuni cittadini,
non possono vedere e di ascoltare quello che non potrebbe essere ascoltato.
Insomma, queste figure cinematografiche sono delegate, dalla società
o dai privati, allo svolgimento di un compito generico e molto ampio di sorveglianza,
con lo scopo di tenere sotto stretta osservazione i più disparati generi
di 'verità'.
" Lui o lei sarebbe capace di capire quando gli altri non potrebbero. Questa
persona emergerebbe come una nuova versione del soggetto consapevole che unisce
la visione alla conoscenza e la verità con il vedere. Così emersero,
all'interno della cultura popolare, il giornalista e il detective, osservatori
professionali il cui sguardo fisso investigativo era speciale, abile, fuori
dell'ordinario, persino quasi scientifico nella sua obiettività(...)nella
sua formapiù potente questo era lo sguardo della polizia di stato, lo
sguardo di un agente della polizia, il detective."
Una tipologia particolare di investigatore è quella del detective privato.
Protagonista indiscusso di innumerevoli film e telefilm americani, l'investigatore
privato si trova sovente ad ingaggiare una lotta personale contro i nodi di
corruzione della società. Mettendo in pericolo se stesso, l'investigatore
privato va a caccia di quella particolare verità che potrebbe restituire
ai più deboli la forza di continuare a sopravvivere. Il detective perciò
assume di frequente un ruolo quasi eroico, lasciandosi spesso dietro le spalle
una lunga serie di fallimenti personali.
"I PI (gli investigatori privati), chiamati shamuses, i detective privati
e i cronisti di cronaca nera(...)erano stati spesso stanchi, avendo avuto carriere
fallimentari come(...)ispettori per lo stato e le sue varie agenzie(...) la
loro presenza nella società parlava alla convinzione generale che lo
stato e le sue agenzie fossero corrotti, inetti brutali e segnati ideologicamente
nella direzione della classe dominante. Il detective privato e il cronista parlavano
per gli emarginati, quelle persone che venivano maltrattate dalla polizia e
dalle altre agenzie ufficiali della società."
Come ho anticipato, per quanto un investigatore sia abile e capace di argomentare
con estrema arguzia come lo era Sherlock Holmes, è pur sempre destinato
a subire delle conseguenze spiacevoli in cambio del suo privilegio conoscitivo.
In parecchi casi infatti il detective-voyeur non è felicemente integrato
nell'ordine sociale. Spesso è, oppure è stato, alcolista, drogato,
violento: un outsider, insomma. Nonostante le difficoltà personali che
lo affliggono, l'investigatore sente un bisogno irrefrenabile, una spinta morale
che lo muove al sovvertimento dell'apparenza per mostrare come stiano veramente
le cose.
"Il voyeur professionale cancella l'inganno ordinario della vita quotidiana,
mette in questione il modo in cui stanno le cose.(...)Queste professionalità
che fanno il lavoro di sorveglianza, di investigazione della società
cinematografica, pagano un prezzo elevato per il loro guardare: spesso l'alcolismo,
la violenza personale o la follia(...)Nell'esporre le verità che gli
altri non possono (vedere), o non vedranno il voyeur funziona come critico sociale
e minaccia per l'esistenza dell'ordine sociale(...)Queste attività producono
instabilità nella vita personale del voyeur(...)Distaccato dagli altri,
un eterno outsider, questa figura non può, comunque, mai essere in disparte;
viene sempre coinvolto."
La caccia alla verità nascosta è quindi una specie di ossessione
maniacale per l'investigatore, a cui la società fa pagare salata sia
la brama di sapere, sia soprattutto la necessità di rimettere le cose
al loro posto. Il suo codice morale privato gli impone infatti di farsi, suo
malgrado, campione del bene contro il male, mantenendo viva l'illusione nello
spettatore che alla fine questo sarà sconfitto. Se poi gli capita davvero
di intaccare qualche meccanismo di potere, è probabile che resti vittima
di una forma di instabilità psichica.
"L'ossessione maniacale di guardare, unita all'impegno verso una moralità
privata, che spesso giustifica la violenza e la distorsione dell'ordine ufficiale
di verità, pone il voyeur-reporter-detective dentro e fuori dalla società
allo stesso tempo(...)(i detective) incarnano una versione alternativa del sociale(...)sono
figure mitiche che rimettono in atto i principi mitici di eroismo, giustizia,
nobiltà, compassione e onore che sono stati erosi, se non distrutti,
dai funzionari che controllano e manipolano le società contemporanee
burocratiche, dal cuore gelido(...)Paradossalmente, quando le sue (del detective)
attività cominciano a cancellare l'ordine sociale ufficiale, viene sperimentata
un' instabilità e un sentirsi fuori luogo."
2.5 Cinema, etnografia e Cultural Studies.
E' dall'analisi del personaggio cinematografico dell'investigatore che forse
l'etnografia e i Cultural Studies possono trarre più insegnamento. Si
diceva, più sopra, che uno degli obiettivi centrali che muovono Denzin
allo studio del cinema americano è il tentativo di ricognizione di un
nuovo modo di intendere il compito proprio del ricercatore. Il nostro Autore
è infatti convinto del fatto che sia assolutamente necessario trascendere
ogni residuo di un' epistemologia realista che ancora permane nei presupposti
del lavoro di molti etnografi.Come i detective, eminentemente quelli del cinema
classico di Hollywood dei primi decenni del novecento, gli etnografi si ostinano
spesso ad ignorare i teorici postmoderni e le loro dichiarazioni di morte della
realtà. Denzin suggerisce invece che bisogna imparare a fare i conti
con un'esperienza sempre più simulacralizzata, in cui non c'é
mai una sola verità di fatto, ma tante immagini della realtà che
competono tra loro. Per questo l'etnografia deve avvicinarsi ai prodotti della
cultura popolare, imparando dal progetto dei Cultural Studies.
"Baudrillard parla del simulacro postmoderno, questi apparati fondati sui
media che producono repliche e rappresentazioni del reale(...)La realtà
diventa una costruzione politica visiva e uditiva(...)Gli etnografi se ne stanno
raggelati in un momento di riflessione, esitanti nel muovere la mano che scrive
attraverso i terreni dalle molte voci che definiscono il mondo contemporaneo(...)Dal
momento in cui questa rivoluzione accade nell'etnografia postmoderna il campo
polidisciplinare dei cultural studies coinvolge entusiasticamente il progetto
etnografico."
Detto questo, si può capire come per Denzin non sia più davvero
possibile avvicinarsi allo studio dell'esperienza vissuta, che sta tanto a cuore
agli etnografi, senza prima fare i conti con la natura delle modificazioni della
vita quotidiana avvenute per effetto dei media.
La prospettiva dei Cultural Studies ha una poi un essenziale ruolo integrativo,
poiché invita ad approfondire la consapevolezza dei ricercatori del significato
etico/politico di ogni produzione culturale, inclusi i loro stessi contributi.
Questa presa di coscienza porta con sé, come anticipavo nei paragrafi
precedenti, una nuova etica che dovrebbe essere alla base dei propositi di ricerca
e che Denzin definisce come modello contestualizzato-consequenzialista. Alla
base dell'adozione di questa prospettiva etica c'é una forte esigenza
di avvicinarsi alle storie personali dei soggetti di studio con un atteggiamento
empatico, ossia con la cura, il rispetto e la comprensione degli aspetti biografici
ed emotivi in gioco.
"(Tale modello) si regge su quattro principi(...)il rispetto reciproco,
la non coercizione e la non manipolazione, il sostegno dei valori e delle istituzioni
democratiche e la convinzione che ogni atto di ricerca implichi scelte morali
ed etiche che sono contestuali. Ogni decisione etica, quale che sia, riguarda
gli altri, con conseguenze immediate e a lungo termine(...)Questo (modello)
elabora un'etica femminista che richiede rapporti collaborativi, di fiducia,
non oppressivi tra i ricercatori e quelli che vengono studiati(..)Questa è
la posizione che appoggio."
Il modello etico qui proposto da Denzin intende superare le pretese dell'etnografo-voyeur
di guardare con obiettività e senza pregiudizi all'intreccio di esperienza
vissuta e cultura mediale. Gli etnografi, imparando dai Cultural Studies, dovrebbero
perciò adottare alcune norme di autodisciplina:
-rinunciare a quelle forme narrative/testuali che fanno conto sull'autorità
e il disinteresse del narratore (uso della terza persona, il si impersonale,
ecc.);
-promuovere un rapporto empatico e non distaccato con le persone di cui si analizza
l'esperienza;
-dare spazio alla riflessività, ovvero al tentativo di chiarire, prima
di tutto a se stessi, l'atteggiamento soggettivo nella ricerca;
-accrescere la coscienza critica che deve informare il proprio lavoro di ricerca
(contributo dei Cultural Studies).
"In contrasto con il regime realista, i nuovi scrittori cercano un modello
di verità che sia narrativo, profondamente etico, a finale aperto, e
conflittuale, rappresentato, e basato sull'audience(...)un nuovo modo di scrivere:
riflessivo, trasgressivo e contemporaneamente maschile e femminile(...)Una versione
della verità è costruita nelle rappresentazioni improvvisate(...)nelle
storie personali (mystories) del ricercatore.(...)Questa verità della
rappresentazione implica un'audience che lavora con gli attori che sono etnografi(...)Questo
è il teatro etnografico."
2.6 In sintesi.
Al termine dell'analisi della prospettiva di Denzin, si possono mettere in luce
tre aspetti essenziali della sua lettura della comunicazione, che fanno emergere
altrettanti elementi imprescindibili della sua riflessione: l'interazionismo
simbolico, la teoria postmoderna e i Cultural Studies. Il primo aspetto, che
mi pare sia apparso in modo piuttosto chiaro soprattutto nella reinterpretazione
di Mills, è l'attenzione costantemente rivolta all'esperienza vissuta.
E' di fondamentale importanza tenere presente questo punto, dal momento che
è una manifestazione evidente dell'istanza pragmatica e psicologica dell'interazionismo
classico, con il suo forte richiamo ad accostarsi sempre alle storie individuali
come mezzo per far luce sull'universale.
Il secondo aspetto è dato dalla convinzione, di cui si era già
detto nel primo capitolo, della pluralità di interpretazioni che è
possibile offrire in relazione al medesimo fenomeno. E' la teoria postmoderna,
secondo le diverse sfaccettature sopra esaminate, che conduce Denzin alla elaborazione
di nuovi metodi di ricerca che possano rispondere alla vocazione eclettica di
ogni bricoleur.
Il terzo aspetto, messo in speciale evidenza dall'analisi del film di Spike
Lee, è la direttrice critica che guida la prospettiva di Denzin sulla
comunicazione. Dai Cultural Studies, in versione prettamente etnica e femminista,
Denzin trae la sua inclinazione verso una tipologia di lettura dei media che
fa emergere, cercando di contribuire al loro scioglimento, i nodi più
problematici della cultura contemporanea.
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