Recenti contributi dell'interazionismo simbolico alla ricerca sui mass media
di Linda Scotti
CAPITOLO 2 LA COMUNICAZIONE COME CULTURA
2.1 I media: una finestra che dà sulla cultura.
Ho fatto cenno, nel capitolo precedente, all'enfasi sul concetto di cultura
che accomuna le riflessioni di Carey e Denzin. Più precisamente, il legame
tra i due interazionisti si stringe sul terreno dei Cultural Studies, di cui
Carey è attualmente uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti. Denzin
nondimeno si è accollato il difficile compito di convincere gli interazionisti
e in modo particolare quelli che seguono una linea di sviluppo più conservatrice,
a prestare attenzione al pensiero di Carey e agli strumenti critici che sono
offerti dai Cultural Studies nel loro complesso.
Una delle questioni centrali nella storia dell'interazionismo simbolico è
sempre stata la chiarificazione delle relazioni che intercorrono tra la vita
vissuta degli individui e le rappresentazioni culturali di tali esperienze.
"L'essere umano è un attore sociale guidato da molte curiosità,
da credenze filosofiche, ideologiche e religiose, impegnato sul piano relazionale
ed etico. Egli, guidato da tali credenze e impegni, oltre che ricevere, cerca
le informazioni per lui significative e le risposte per lui pertinenti agli
interrogativi (ai problemi) posti da tali informazioni. Tutto il processo di
ricerca(...)avviene sotto il controllo delle teorie implicite e delle immagini
di realtà di cui il soggetto dispone. Queste teorie implicite ed immagini
della realtà(...)appaiono ancorate per la loro origine all'interazione
sociale;"
Il processo di ricerca a cui fa cenno Palmonari esprime in modo chiaro, seppure
un po' generico, una delle premesse essenziali dell'interazionismo: la relazione
tra l'individuo e gli apparati simbolici di una cultura 'data' è sempre
dinamica e biunivoca. In parole semplici, questo significa che se ogni essere
umano dispone di un bagaglio di rappresentazioni, di credenze e di categorie
che non ha generato da sé solo, è anche vero però che ciascuno
contribuisce, in misura differente, a modellare una piccola porzione di cultura
nell'interazione comunicativa. E' proprio nella comunicazione infatti che la
cultura, secondo tutti gli interazionisti e particolarmente per Carey, incontra
il simbolico in cui l'esperienza prende la forma di un testo. Ma quali significati,
quali valori, credenze o ideologie sono contenute nel testo? I Cultural Studies,
secondo Carey, hanno il compito specifico di leggere e interpretare l'esperienza
come fosse appunto una creazione testuale, andando alla ricerca delle risposte
a queste domande.
"Questo è stato chiamato solitamente, come metodo, verstehen. Comunque(...)è
uno sforzo di decifrare le interpretazioni che le persone calano nella loro
esperienza, interpretazioni disponibili anche fuori nel mondo pubblico. Una
scienza culturale della comunicazione, allora, vede il comportamento umano oppure,
più precisamente, l'azione umana come un testo. Il nostro compito è
di costruire una "lettura" del testo(...)Da questi dati fuggevoli
e frammentari noi dobbiamo costruire una lettura della situazione: interpretare
i significati nei simboli come nei gesti. L'abilità consiste nel leggere
questi "testi" in relazione alla struttura sociale concreta senza
ridurli a quella struttura."
Guardare alla comunicazione come cultura significa cercare quali rappresentazioni
dell'esperienza danno forma alla cultura condivisa, e quali sono soprattutto
le conseguenze, sul piano ideologico e politico, delle modalità di tale
rappresentazione. In questa ottica, oggetto di un interesse specifico saranno
le tecniche di rappresentazione dell'esperienza e i codici semantici che queste
portano con sè, nel tentativo di immaginarne le ricadute sulla struttura
sociale.
Lo stesso tipo di impostazione è condiviso da Denzin, che concepisce
la comunicazione come un processo di costruzione testuale che va interpretato
criticamente alla luce dei contenuti mediali, dei sistemi informativi e dell'esperienza
vissuta.
"Il personale e lo strutturale sono mediati attraverso il processo della
comunicazione. Questo processo è collegato al mondo dei significati culturali.
Questi significati sono definiti, in parte, dai sistemi di ideologia e di potere
in un particolare ordine sociale. Circolano attraverso specifici sistemi di
comunicazione (orale, stampa, elettronica). I messaggi che trasportano sono
strutturati e contenuti all'interno di un codice narrativo e semiologico che
investe tutti gli eventi "notiziabili" di un' "aura" di
significato politico, sociale e storico(...)La frase "comunicazione come
cultura" punta alla relazione tra le strutture informative, i sistemi di
comunicazione, le culture popolari di un particolare momento, e alle esperienze
vissute dagli individui interagenti."
La definizione "comunicazione come cultura" ha, come è evidente,
un numero potenzialmente infinito di implicazioni e di discorsi connessi. Quello
che, per ora, mi sembra importante è vedere che Denzin e Carey si trovino
d'accordo nel concepire l'analisi dei media solo come parte di uno sforzo molto
più impegnativo, teso a svelare le dinamiche di funzionamento della cultura
e del mondo sociale. Un' analisi delle tecnologie, piuttosto che dei contenuti,
o delle implicazioni economiche dei media sarebbe, di per sè, limitata
e inutile, se non avesse di mira la comprensione e la critica della struttura
sociale. Questo è l'approccio caratteristico dei Cultural Studies.
"I Cultural Studies in qualsiasi forma sopravvivano offrono il reale vantaggio
di abbandonare una filosofia della scienza antiquata(...)e di concepire i mass
media come una parte (non un soggetto o una disciplina) sulla quale innestare
la domanda generale della teoria sociale: Come accade, attraverso tutti i generi
di cambiamento e diversità, attraverso tutti i tipi di contraddizioni
e conflitti, che il miracolo della vita sociale è portato a compimento,
che le società riescano a produrre e riprodurre se stesse?"
2.2 Comunicazione e cultura: James Carey.
James Carey detiene un ruolo di primo piano per i Cultural Studies statunitensi,
dal momento che lo si può considerare come il fondatore di questa prospettiva
sul suolo americano e che risulta per tale ragione un punto di riferimento obbligato
per tutti coloro che, come Denzin, si richiamano ai contributi specifici di
questo variegato indirizzo teorico.
A proposito del primo punto, mi pare essenziale sottolineare che Carey, quando
ha incominciato a parlare di Cultural Studies, aveva l'intenzione di individuare
fin da principio un suo percorso teorico specifico, ben distinto da quello dei
British Cultural Studies. E' fondamentale soffermarsi su questo distinguo, perché
è di qui che si parte per comprendere correttamente le 'tracce' di interazionismo
che fanno da sfondo alle sue riflessioni sulla comunicazione.
L'espressione Cultural Studies viene coniata da Carey nel 1963, per designare
il tentativo di dare una svolta teorica, guidata dal recupero del pragmatismo
classico di Dewey, che riportasse in auge la prospettiva storica, economica
e critica della Scuola di Chicago.
"Da qualche parte, attorno (al) 1963, suggerivo che aveva senso raggruppare
insieme come una posizione intellettuale e politica un'ampia varietà
di lavoro sotto l'etichetta di 'cultural studies'. Il termine era neutrale-solo
un nome-e il suggerimento innocente e pratico al tempo stesso. L'economia politica,
gli studi storici, il lavoro che proveniva dal pragmatismo e dalla Chicago School,
così come l'interazionismo simbolico, erano stati rapidamente erosi,
scostati e marginalizzati nell'accademia americana dal potere delle scienze
formali e comportamentali(...)"
Il progetto di Cultural Studies che Carey aveva pensato mirava perciò
innanzitutto a ripristinare l'autorità di una certa sociologia che aveva
dato i suoi frutti non solo sul terreno americano, bensì in tutto il
mondo. La ripresa dei contributi di Mills, Burke, dei francofortesi, solo per
fare qualche esempio, aveva lo scopo fondamentale di restituire dignità
soprattutto a un approccio critico e storico all'analisi dei media.
"Molte figure intellettuali americane che influenzarono la teoria sociale
e gli studi sulla comunicazione in tutto il mondo-C. W. Mills, Goffman, Berger,
e gli etnometodologi post-schutziani, Goulder, Burke, Riesman, la Scuola di
Francoforte, incluso Marcuse-erano, nei primi anni sessanta, potenzialmente
senza influenza(...)Nell'ambito degli studi di comunicazione in particolare,
queste figure erano indubbiamente marginali(...)Mills, in particolare, era una
figura tragica e isolata al momento della sua morte."
Il progetto americano dei Cultural Studies si caratterizza, fin dai suoi esordi,
come profondamente radicato nella tradizione intellettuale e culturale da cui
muoveva i primi passi. L'approccio teorico alla comunicazione viene conseguentemente
segnato da linee di tendenza che portano i Cultural Studies americani su strade
diverse rispetto ai loro 'omologhi' britannici. Sicuramente è possibile
riconoscere alcuni tratti condivisi da entrambi i progetti, fra i quali spicca
il comune riferimento proprio all'interazionismo, seppure con modalità
e obiettivi differenti. L'elemento che invece li ha sempre tenuti a distanza
l'uno dall'altro, almeno fino a Denzin e Grossberg, è forse l'enfasi
dei Cultural Studies britannici sul concetto di ideologia ereditato dal marxismo.
"Entrambe (le correnti dei Cultural Studies) hanno contato estesamente
sull'interazionismo simbolico, sebbene in modi piuttosto diversi. Nel caso britannico
l'interazionismo simbolico è stato limitato al fornire un approccio all'analisi
delle subculture e al 'problema della devianza'. Nel caso americano ha procurato
un modello molto più generalizzato dell'azione sociale(...)Da ultimo,
i Cultural Studies britannici hanno perlustrato una varietà di significati
di ideologia. Questi significati sono stati forniti attraverso il più
ampio dibattito all'interno del marxismo, in particolare attraverso l'incontro
del marxismo con lo strutturalismo francese."
La motivazione essenziale per cui i Cultural Studies americani assumono una
fisionomia autonoma rispetto a quelli britannici è da ricercare nelle
stesse condizioni territoriali e sociali che scavano un profondo solco tra i
due progetti di riflessione. In effetti, la società americana è
stata da sempre estremamente articolata e complessa, non fosse altro che per
due ragioni: la vastità del territorio e la diffusione su di esso di
una popolazione appartenente alle più diverse razze e culture.
"Sebbene la teoria della cultura popolare sia stata potentemente e istruttivamente
elaborata dal recente lavoro europeo, questa teoria rimane inadatta alle condizioni
più fluide, ambigue, anarchiche della vita nordamericana."
Il tentativo di comprensione della cultura, che si esercita nell'interpretazione
dei prodotti della cultura popolare, non può essere che etnocentrico.
I prodotti culturali, insieme con i significati che diffondono sul terreno nazionale,
prendono forma dalla tradizione, dalla struttura sociale, dalle condizioni economiche
in cui sono generati. Essenzialmente per questo motivo, non tanto per assunzioni
di carattere teoretico, i Cultural Studies devono esprimersi nella lingua del
popolo di cui e a cui intendono parlare.
"La forza dei Cultural Studies(...)era precisamente, voglio insistere,
questo etnocentrismo. Il lavoro intellettuale, inclusi i Cultural Studies(...)è
sempre e dovunque decisivamente toccato e prende (il suo) aspetto dalle formazioni
nazionali (insieme con la classe, la razza, il genere, e così via) entro
le quali viene prodotto(...)Le ragioni per le quali i Cultural Studies devono
essere etnocentrici è difficilmente una questione teoretica. Il progetto
dei Cultural Studies non è, prima di tutto, una specie di avanguardismo,
ma uno sforzo di fare un'esperienza di e di conversare con un più ampio
pubblico altrimenti conosciuto come 'classe lavoratrice' o 'gente comune' e
l'inglese, il francese, l'americano(...)è l'unico idioma che queste persone
conoscono."
I Cultural Studies sentono la necessità di rivolgersi alla gente comune
come elemento imprescindibile della loro attività di ricerca. Questo
bisogno di fare i conti con la vita quotidiana deriva dall'intento critico che
muove i Cultural Studies allo studio della cultura, in tutte le sue manifestazioni
e, in special modo, della cultura popolare. La questione essenziale, che è
poi condivisa dai teorici inglesi e americani, verte infatti sulla natura delle
conseguenze, sul piano economico e politico soprattutto, dei significati e dei
valori indeboliti o rafforzati dalle rappresentazioni mediali. Quello che preme
particolarmente poi a Carey è la comprensione dell'effetto dei media
sui valori democratici e su quel senso di appartenenza alla comunità
che dovrebbe cementare la compattezza delle formazioni sociali.
"La comunicazione ha allargato le dimensioni della società, portato
forze distanti e sconosciute a far pressione sulla vita della comunità,
e reso la democrazia radicalmente problematica. Allora la comunicazione offriva
anche la speranza di trascendere la comunità e ricostituire la società
e la democrazia su una dimensione ampliata. Dewey, Cooley, Park e Lippman lottarono
per trarre dalla confusione sia una società conoscibile sia una comunità
democratica."
La tradizione di ricerca segnata da questi grandi classici del pragmatismo e
dell'interazionismo rappresenta per Carey una solida base teorica su cui poggiarsi
e da cui ripartire, per dare ampio spazio soprattutto alle riflessioni sulla
crisi della democrazia, intesa nel suo significato più proprio come possibilità
per ogni cittadino di concorrere alle decisioni che riguardano la sfera pubblica.
I teorici progressisti (ovvero quelli menzionati più sopra), all'inizio
di questo secolo, si ponevano questo problema in relazione ai nuovi mezzi di
comunicazione (la stampa, il cinema, la radio), ma riuscivano a guardarli anche
con un certo ottimismo. Le straordinarie potenzialità di questi mezzi
erano indicate soprattutto nella loro capacità di ampliare la partecipazione
alla vita politica, offrendo potenzialmete nuove occasioni di dibattito a una
popolazione dispersa su un territorio molto vasto.
"La prima generazione di intellettuali progressisti(...)riuscì a
produrre nel pragmatismo una filosofia peculiare, americana, anti-fondativa
e antiessenzialista e nell'interazionismo simbolico una vitale tradizione di
sociologia(...)particolarmente ben adattata alle condizioni fluide della vita
americana. Allo stesso tempo, mantenne un fermissimo impegno verso la democrazia(...)Soprattutto
coltivò una visione benevola, generosa e ottimistica, una visione di
energia e di speranza."
2.2.1 Il rito e la trasmissione: due letture opposte dei processi comunicativi.
Ci sono due definizioni contrastanti della comunicazione, rileva Carey, che
caratterizzano la cultura americana con cui gli intellettuali progressisti,
per primo John Dewey, hanno dovuto misurarsi. La prima, quella che enfatizza
la trasmissione del messaggio nell'atto comunicativo, definisce il processo
della comunicazione facendo uso delle nozioni di emittente, canale, ricevente.
Secondo questa lettura, che è poi quella che negli U.S.A ha raccolto
maggiori consensi, i mezzi di comunicazione sono semplicemente canali che permetttono
di trasportare, da una parte all'altra nello spazio, i messaggi che qualcuno
(l'emittente) invia a qualcun'altro (il ricevente), non altrimenti raggiungibile.
Il proposito che sottende questa visione del processo comunicativo è
il controllo.
"La visione trasmissiva della comunicazione è la più comune
nella nostra cultura(...)E' definita da termini quali 'impartire', 'mandare',
'trasmettere'(...)Viene formata dalla metafora della geografia o del trasporto(...)Il
centro di questa idea(...)è la trasmissione di segnali o messaggi sulla
distanza con il proposito del controllo(...)La comunicazione era vista come
un processo e una tecnologia che avrebbe, talvolta per scopi religiosi, distribuito,
trasmesso e disseminato conoscenza, idee e informazioni più lontano e
più velocemente con l'obiettivo di controllare lo spazio e le persone."
I concetti di trasmissione/trasporto, associati al processo comunicativo, trovano
le loro radici agli albori della storia degli Stati Uniti, e precisamente nelle
motivazioni di carattere religioso che spinsero migliaia di persone ad abbandonare
l'Europa per colonizzare un nuovo continente. Il pellegrinaggio dei primi coloni
porta con sè innazitutto due significati: quello redentivo, che si inscrive
nella tradizione salvifica del lungo viaggio e quello fondativo, che si rintraccia
nel desiderio di estendere la signoria di Dio sulla conquista di un nuovo vastissimo
territorio. E' pertanto la trasmissione del messaggio cristiano ad animare le
intenzioni 'comunicative' dei primi coloni.
"Il desiderio di fuggire dai confini dell'Europa(...)di fondare nuove comunità,
di intagliare una nuova Gerusalemme nei tronchi del Massachusetts erano i principali
motivi dietro al movimento senza precedenti(...)La migrazione democratica nello
spazio(...)rappresentava la profonda convinzione che il movimento nello spazio
fosse di per sé redentivo(...)Il movimento era uno sforzo di stabilire
ed estendere la signoria di Dio(...)Questa nuova tecnologia (il telegrafo) entrò
nella discussione americana(...)con le finalità di diffondere il messaggio
cristiano(...)il pensiero cristiano venne sempre più legato alla scienza
applicata, le nuove tecnologie della comunicazione finirono per essere viste
come strumento ideale per la conquista dello spazio e della popolazione."
Le tecnologie della comunicazione sono state (e sono tuttora) pensate e utilizzate
per diffondere idee, opinioni e valori con la finalità di istituire dei
legami ideologici, superando le barriere fisiche dello spazio. La lettura che
vede la comunicazione nei termini della ritualità, va invece decisamente
contro queste assunzioni. L'intreccio complesso di legami ideologici, politici
ed economici che tiene assieme una comunità sociale non può costituirsi
di certo sulla base di informazioni 'spedite' da un capo all'altro del mondo.
La forza che cementa la compattezza di un gruppo sociale è piuttosto
la partecipazione, ovvero la condivisione profonda dei riti e degli eventi su
cui si salda nel tempo una identità comune.
"Nella definizione rituale, la comunicazione è congiunta a termini
come 'condivisione', 'partecipazione', 'associazione', 'fratellanza' e 'il possesso
di una fede comune'(...)Una visione rituale della comunicazione non è
diretta all'estensione di messaggi nello spazio, ma verso la conservazione della
società nel tempo(...)verso la rappresentazione di credenze condivise(...)Vede
l'originale e più elevata manifestazione di comunicazione(...)nella costruzione
e nel mantenimento di un mondo culturale ordinato e significativo che possa
servire da controllo e contenitore per l'azione umana."
Il bisogno umano di attribuire un senso complessivo all'azione passando attraverso
gli edifici simbolici della cultura è intimamente connesso appunto alla
nostra costituzione antropologica. Gli esseri umani non possono, per vivere,
fare a meno del linguaggio e della cultura: è impossibile che esista
una società senza cultura. La cultura tuttavia è instabile, limitata
e subisce continui aggiustamenti; quello che più ci fa paura è
proprio la perdita dell'orientamento direzionale che è garantito dalla
fiducia nelle componenti culturali determinanti (valori morali, categorie, ecc.).
Dal momento che siamo 'animali linguistici', l'unica strada che abbiamo per
tenere in piedi i nostri rassicuranti mondi simbolici è la loro riproduzione
in forma rappresentativa. Così, dai miti dell'origine alla cronaca giornalistica,
non si contano gli sforzi umani per preservare l'unità e l'identità
della cultura.
"Senza esseri umani, non c'é il linguaggio; ma, senza linguaggio,
non ci sono esseri umani(...)Una società senza cultura è impensabile(...)Il
decadimento e l'instabilità delle nostre risorse culturali, la perdita
della fiducia nelle fonti(..)dell'informazione, dell'orientamento e della regolazione
morale, è la cosa che temiamo al livello più profondo del nostro
essere(...)Il fare presa sulle arti popolari con termini come mito, rituale,
pellegrinaggio(...)storia, narrativa, cronaca(...)è per vedere, in un
mondo incredibilmente discontinuo, le pratiche persistenti con cui questo mondo
viene sedimentato e tenuto insieme."
Per leggere in modo completo gli sviluppi e le modificazioni della cultura,
non è sufficiente valutarla solo sul versante puramente antropologico.
Le attività simboliche (narrazione, rappresentazione iconica), si svolgono
nel corso del tempo, acquistando così una determinata fisionomia storica
all'interno della tradizione culturale. I prodotti della cultura popolare devono
perciò essere esaminati sempre alla luce dei mutamenti storici, economici
e politici che ne segnano, in un modo o nell'altro, l'aspetto caratterizzante.
"Comunque molta (parte) della cultura, come sistema di significati costruiti,
cambia in relazione ad altri oggetti culturali come le tecnologie e le pratiche
economiche o altri processi sociali come il conflitto e il compromesso; cambiamenti
come questi sono trasformazioni di una data tradizione culturale, una tradizione
che insiste nel riaffermare se stessa(...)La seconda cornice, allora, per comprendere
le arti popolari è (rivolta) verso la tradizione culturale in cui esse
sono innestate e che continuamente esprimono e trasformano."
Una lettura dei processi comunicativi in termini di 'storia della cultura' riesce
ad inquadrare un fenomeno, come quello del giornalismo, precisamente nella tradizione
culturale in cui si inscrive e da cui ha cercato di prendere da subito le distanze.
La professione giornalistica nasce infatti in un contesto storico ed economico
ben preciso, ovvero parallelamente alla crescita del peso politico della classe
media borghese. Questa classe sociale avvertiva la necessità di raccontare
l'esperienza facendo uso di formule narrative originali, che potessero fornire
una ricostruzione in forma 'drammatica' dello scontro di forze sociali che era
in atto.
"Le notizie sono una realtà storica. Sono una forma di cultura ideata
da una classe specifica in un particolare momento della storia-in questo caso
la classe media all'incirca nel diciottesimo secolo. Come ogni forma culturale
inventata, le notizie riflettono una peculiare 'fame di esperienza', un desiderio
di sbarazzarsi dell'epico, dell'eroico, del tradizionale a vantaggio dell'unico,
dell'originale, del romanzesco, del nuovo-le notizie(...)Secondo una visione
rituale, allora, le notizie non sono informazione, bensì dramma(...)ritraggono
un'arena di forze drammatiche e di azione(...)ci invitano a partecipare sulla
base dell'assunzione(...)di ruoli sociali al loro interno."
I giornalisti, secondo la prospettiva di Carey, quando peccano di presunzione
affermando di essere semplici testimoni 'neutrali' di un qualsiasi avvenimento,
mentono consapevolmente almeno per due ragioni: in primo luogo, il testo giornalistico
è un 'tessuto' narrativo che mette in scena una rappresentazione drammatica.
Come tutte le narrazioni, anche il pezzo del giornalista racconta una storia,
con un capo e una coda, in cui i personaggi sono caratterizzati secondo le strategie
(perlomeno linguistiche e stilistiche ) che fanno più comodo all'autore.
In secondo luogo, tutti gli ingranaggi del sistema informativo ricoprono un
ruolo nella struttura sociale che si riflette sul 'prodotto finito'. Tutti gli
elementi di questo sistema, dall'editore che pubblica i testi fino ai protagonisti
delle vicende raccontate, si trovano in un punto preciso della gerarchia sociale
e sono perciò portatori di interessi determinati.
2.2.2 Cultura tecnologica e democrazia.
La lettura delle tecnologie della comunicazione proposta da Carey si sviluppa
come corollario dell'assunto fondamentale che guida l'interpretazione dei processi
comunicativi. Tutte le forme, i contenuti e i canali della comunicazione prendono
forma in un contesto storico, economico e politico ben preciso. La posizione
di Carey in relazione allo sviluppo tecnologico è perciò informata
da considerazioni e valutazioni sempre di tipo culturale, che respingono qualsiasi
forma di argomentazione in senso deterministico. Infatti, secondo Carey, ci
si trova in errore quando si afferma che la creatività scientifica trasforma
il corso della storia, senza che l'intervento di altre forze sociali possa intralciarne
o incoraggiarne il cammino. Le potenzialità comunicative e il ruolo sociale
di una forma tecnologica cominciano invece ad essere operative già a
partire dalle intenzioni e dai bisogni che si immagina di poter assecondare.
Nel progetto che fa nascere una nuova tecnologia della comunicazione è
dunque possibile rintracciare gli interessi (economici, politici, ecc.) dei
suoi promotori.
"Le forme sociali e le relazioni che una tecnologia rende possibili sono
esse stesse immaginate e anticipate dalla tecnologia. La tecnica è vettoriale
e non puramente neutrale nel processo storico. Una costruzione, la sua precisa
architettura, anticipa e immagina le relazioni sociali che permette e desidera(...)Le
relazioni sociali di classe, status e potere richiedono sia una struttura concettualmente
determinata di persone sia una tecnologia per metterla in pratica(...)Descrivere
la comunicazione non è semplicemente descrivere una costellazione di
idee messe in un santuario; è anche descrivere una costellazione di pratiche
che(...)determinano quelle idee in un insieme di forme tecniche e sociali."
Se si astrae quindi la tecnologia dal contesto che l'ha portata alla luce, si
rischia di fare errori molto grossolani, soprattutto nel caso in cui alla tecnologia
venga attribuito il 'magico' potere di imprimere una svolta rivoluzionaria al
corso della storia umana. E' questo il cosiddetto mito della rivoluzione elettronica,
che ha trovato i suoi 'profeti' tra politici e intellettuali interessati alla
predicazione di un futuro in cui le tecnologie avranno liberato l'uomo da tutti
gli affanni della vita quotidiana.
"Le immagini contemporanee del futuro echeggiano la promessa di un ottavo
giorno e così predicono una radicale discontinuità dalla storia
e dall'attuale condizione umana(...)Questa nuova era viene chiamata alternativamente
'società postindustriale'(...)'il villaggio globale'(...)Un' etichetta
sempre più popolare e prevalente dell'ethos futurista identifica elettricità
e potere elettrico, elettronica e cibernetica, computer e informazione con la
nascita di una nuova comunità, della decentralizzazione, dell'equilibrio
ecologico e dell'armonia sociale."
Alla tecnologia viene attribuito in sostanza un potere salvifico, che non è
frutto altro che di una fiducia mal riposta. La retorica del sublime elettrico,
come Carey ama definire le argomentazioni a sostegno di tale fiducia, non genera
solamente una speranza vana, ma è sempre carica di implicazioni politiche
finalizzate alla copertura dello status quo. L'utilizzo della tecnologia elettronica
non ha tanto contribuito alla liberazione 'democratica' delle capacità
dei cittadini, quanto ha invece rafforzato l'accentramento del potere, lasciando
intatte altre questioni nodali (ad esempio l'inquinamento, i conflitti politici,
l'alienazione individuale). Quello che preme di più a Carey è
riaffermare che i problemi sociali di importanza cruciale non saranno spazzati
via certamente dal progresso tecnologico, ma dovrebbero essere piuttosto situati
al centro del dibattito politico.
"Una fiducia di questo tipo, comunque, contrasta con gli sviluppi nell'elettricità
e nell'elettronica nei decenni recenti(...)L'uso della tecnologia elettronica
è stato influenzato verso la ricentralizzazione del potere nei centri
di computer e nelle reti energetiche, il Pentagono e la NASA, la General Electric(...)'La
società elettronica' è stata caratterizzata dall'inquinamento
termico e atmosferico(...)dalla erosione delle culture locali a causa della
programmazione delle reti della radio e della TV(...)Questo conduce a un dilemma:
o gli 'elettricisti' moderni possiedono una percezione del futuro che a noi
è impedito di possedere, oppure la rivoluzione annunciata nella loro
retorica è(...)una nuova legittimazione dello status quo."
Qui Carey fa un riferimento specifico al potere erosivo che le reti radiofoniche
e televisive avrebbero nei confronti delle culture locali. Questo autore è
infatti convinto, come lo era Harold Innis, dell'esistenza di un pregiudizio
(orig.bias) etnocentrico che fa degli Stati Uniti, insieme con la Gran Bretagna,
i detentori di una sorta di 'Verità Universale'. Detto in parole più
semplici, secondo Innis è sempre possibile riscontrare nella storia umana
una corrispondenza tra il potere politico di una nazione e il suo peso commerciale,
intellettuale e culturale. Ebbene, gli U.S.A sono oggi più che mai una
superpotenza che non ha avversari di pari forza con cui confrontarsi, perciò
si ritrovano a disporre di un potere enorme anche sul piano della comunicazione.
Questo significa che la capacità dei media americani di dare forma alle
notizie del giorno, come ai sogni cinematografici trova con difficoltà
la 'resistenza' delle culture locali sparse nel resto del mondo.
"La Verità Universale (sull'uomo) portava accenti inglesi e americani.
I poteri imperiali, così sembra, cercano di creare non solo clienti economici
e politici, ma altrettanti clienti intellettuali. E gli stati clienti adottano
spesso, per ragioni di status e di potere, le prospettive sull'economia, sulla
politica, sulla comunicazione, perfino sulla natura umana, che sono promulgate
dal potere dominante."
La 'resistenza' culturale che si può opporre a un potere virtualmente
dominante dovrebbe essere mantenuta in costante attività per restituire
libertà di movimento agli autentici valori democratici. Se infatti una
democrazia perde la capacità di promuovere la costituzione di una sfera
pubblica in cui i cittadini possano intrattenere una conversazione, un confronto
libero delle proprie idee e delle opinioni, allora ha davvero contaminato le
sue funzioni vitali. Questa argomentazione, che ha un ruolo centrale nel pensiero
di Carey, vuole riaffermare il significato più antico di democrazia,
ovvero quello che rimanda alla costituzione di una comunità sociale tenuta
insieme dalla libertà fondata sull'etica, sulle arti e sulla politica.
"Il decesso della cultura potrebbe essere compensato solo dalla riduzione
deliberata dell'influenza delle tecniche moderne e attraverso la coltivazione
dei regni dell'arte dell'etica e della politica(...)Le domande politiche riguardano(...)la
democratizzazione; non il libro contro il computer nell'educazione, ma un curriculum
adeguato; non le istituzioni rappresentative contro quelle partecipative, ma
la riconciliazione di un potere e di una ricchezza immensi con gli ideali di
libertà ed uguaglianza."
Il compito sociale delle forze intellettuali più vive e democratiche
è la concentrazione degli sforzi nel senso di un rafforzamento dei valori
cardine della democrazia. Un ruolo di primo piano è assegnato da Carey
proprio ai Cultural Studies che, a partire dalla loro azione propulsiva nelle
università, dovrebbero restituire vigore al dibattito politico che si
svolge fuori dai media. I media di fatto, la televisione poi in modo speciale,
tendono a trasformare la politica in un gioco di simulazioni iconiche, a cui
gli spettatori assistono per lo più passivamente. L'obiettivo dei Cultural
Studies consiste proprio nel riattivare i canali 'reali' della conversazione
democratica.
"La conversazione pubblica-i cittadini che parlano uno con l'altro come
se la conversazione fosse davvero importante-non la visione passiva è
l'atto più ribelle(...)La privazione di potere accade in primo luogo
attraverso la riduzione degli individui a spettatori delle rappresentazioni
mediali della politica e anche con la costruzione di un discorso politico simulato(...)Lo
scopo dei cultural studies è di rinnovare una conversazione democratica
fuori dai media e di cominciare questo rinnovamento nelle università
per estenderlo in un più ampio discorso civico e civile."
Il progetto che Carey ha in mente per i Cultural Studies si può dire
che sia perfettamente adeguato alla tradizione pragmatica e progressista del
pensiero americano, che ha trovato il suo più grande maestro in Dewey.
A questa tradizione Carey intende mantenersi il più possibile fedele
resistendo, come si vedrà meglio nell'ultimo capitolo, alle tentazioni
'alla moda' che hanno invece condotto Denzin ad abbracciare le istanze critiche
di matrice postmoderna.
2.3 La cultura del mondo postmoderno: Norman Denzin.
Denzin mette in opera nei suoi lavori il suo progetto originale di Cultural
Studies. Pur facendo affidamento, come punto fermo di riferimento, sulle acquisizioni
di Carey, Denzin preferisce un confronto diretto con i maggiori esponenti europei
del pensiero postmodernista. Contrariamente a Carey, come si vedrà più
avanti, egli ritiene infatti indispensabile per i Cultural Studies statunitensi
misurarsi anche con teorici molto lontani dalla tradizione filosofica pragmatista
come, per esempio, Baudrillard o Foucault. Il loro contributo è necessario
alla comprensione e alla critica della cosiddetta 'cultura del visibile', che
caratterizza in modo forte la contemporanea società postmoderna.
"I Cultural Studies devono prendere come loro dominio il campo dei significati
culturali e la loro produzione(...)Devono decostruire i pregiudizi veramente
centrati sulla presenza che organizzano tali produzioni, mostrando come riproducano
e inseriscano una implosione simulata e iperreale di significati e messaggi
nel regno culturale(...)Un movimento di questo tipo valorizzerà l'indeterminatezza
fondamentale del significato e dell'essere. Mostrerà come il linguaggio
e i suoi codici siano diventati prodotti manipolati all'interno del terreno
culturale della tarda vita postmoderna."
Il progetto di decostruzione che dovrebbe animare i Cultural Studies in versione
postmoderna si caratterizza come un rimando ai principi base della teoria decostruzionista,
che trova il suo punto di riferimento nelle riflessioni di Derrida. Secondo
questa prospettiva la cultura è un testo che può essere letto
in una varietà di modi, senza che alcuno di essi possa mai esaurirne
tutti i significati. Infatti, dal momento che l'essere recede continuamente
e non si lascia 'imprigionare' dal principio di identità, l'unico modo
per interpretare l'azione sociale sarà l'accettazione di una pluralità
di letture sempre aporetiche. In breve, chi adotta una pratica ermeneutica decostruzionista
ha di mira l'emersione dei limiti e delle 'costrizioni' di ogni interpretazione,
naturalmente compresa la propria. Agger cerca di chiarire l'atteggiamento critico
dei decostruzionisti in rapporto alla cultura:
"Il significato è sempre elusivo; nelle parole di Derrida, esso
incorpora sia la differenza sia il rinvio: più ci sforziamo di triangolare
il significato, più scivola via, recedendo nel futuro. Il principio dell'
equivocità di un testo è il punto zero da cui la decostruzione
procede come pratica critica. Esso trasforma per sempre la natura del criticismo
da pratica obiettivante di lettura senza presupposti in una pratica contestuale
dell'approssimazione e della transvalutazione del significato."
Certamente, come sostiene Griswold, "questa demolizione è un obiettivo
molto ambizioso", specialmente poi quando, come nel caso di Denzin, si
ha di mira la manifestazione delle procedure che moltiplicano i significati
fino al limite della iperrealtà. Con questo concetto il sociologo francese
Baudrillard ha voluto enfatizzare la tendenza delle icone, che proliferano senza
sosta dai media, a sostituirsi alle cose reali, modificando così le caratteristiche
del mondo che conosciamo. Una definizione sintetica di iperrealtà è
offerta da Kincheloe e McLaren.
"Iperrealtà è un termine usato per descrivere una società
dell'informazione saturata socialmente da forme sempre crescenti di rappresentazione:
filmiche, fotografiche, elettroniche e così via. Queste hanno un effetto
profondo sulla costruzione delle narrazioni culturali che danno forma alla nostra
identità."
Baudrillard, a cui Denzin fa spesso riferimento, è infatti uno dei principali
promotori della teoria del simulacro, ovvero di quella convinzione, diffusa
tra molti teorici della comunicazione, a cominciare da McLuhan, secondo cui
non ci resta altro da fare che accontentarci di immagini vuote del "compianto"
mondo reale. Così Colombo, commentando questa prospettiva, contribuisce
a chiarire gli effetti della simulacralizzazione sulla percezione del mondo.
"(...)la telecamera è - o può essere - ovunque, nel nostro
mondo (mentre il cinema ci colloca in un mondo fuori e oltre il nostro), e di
conseguenza noi siamo strappati a noi stessi e consegnati al mondo, ma insieme
deprivati di esso, giacché quello che ci appare davanti è pur
sempre soltanto una sua immagine, un suo simulacro(...)Tutto è qui, io
sono ovunque. Ma, insieme né io né il mondo siamo più in
nessun luogo. Tutto è un "si" che si offre, si vede, ma non
riesce ad esistere."
2.3.1 Le immagini della società postmoderna.
Il dialogo di Denzin con Baudrillard si intreccia con una rilettura, naturalmente
critica, del pensiero di C. W. Mills, forse il primo ad aver usato il concetto
di postmoderno, in una accezione comunque ristretta al contesto della società
americana. Sono le immagini del postmoderno che "fluiscono" dai media
l'oggetto della riflessione di Denzin in Images of Postmodern Society: Social
Theory and Contemporary Cinema (1991). Il mondo postmoderno, così come
emerge dalla sua rappresentazione cinematografica, appare definito da innumerevoli
contraddizioni che aspettano di essere indagate.
"Il Postmodernismo è definito dai seguenti termini: un desiderio
nostalgico e conservatore del passato, unito ad una cancellazione dei legami
tra passato e presente; una forte preoccupazione per il reale e le sue rappresentazioni;
una pornografia del visibile; la mercificazione della sessualità e del
desiderio; una cultura del consumo che oggettiva un insieme di ideali culturali
maschili; esperienze emozionali intense che prendono forma dall'ansia, dall'alienazione,
dal risentimento e da un distacco dagli altri."
Qui Denzin tenta di fornire una definizione, in termini molto generali, di un
fenomeno storico, artistico e culturale come il postmodernismo, che tuttora
continua a suscitare perplessità e polemiche tra gli intellettuali. In
termini molto generali si può dire che il concetto di postmoderno, discusso
e usato come etichetta distintiva di fenomeni sociali contemporanei, nasce da
un bisogno di adeguarsi a qualcosa che sembra presentare caratteri di novità
rispetto al passato identificato con la "modernità". Quello
che è necessario tener presente è la provvisorietà che
accompagna la teorizzazione relativa a questo concetto, che si riconosce spesso
solo come semplice indicazione verso qualcosa che sta cambiando, sebbene non
si sappia precisamente cosa sia. Kincheloe e McLaren, commentando il significato
del concetto di postmodernismo, accennano al dibattito in corso tra i teorici
a tale proposito.
"Nell'era contemporanea segnata dalla delegittimazione delle grandi narrazioni
della civiltà occidentale, dalla perdita di fiducia nel potere della
ragione(...)gli studiosi continuano a dibattere su cosa significhi il termine
postmodernismo, generalmente situandolo come un concetto per periodizzare ciò
che segue il modernismo. Infatti, gli studiosi non sono stati d'accordo (nel
dire) se questa rottura epocale con il 'moderno' costituisca anche un periodo
individualmente distinto."
Denzin si sforza di dare una definizione della teoria sociale postmoderna indicandone
addirittura undici tratti distintivi (sono sette quelli che riporto) . Mi pare
questo un esercizio concettuale di certo un po' eccessivo, ma nella logica teoretica
di Denzin forse potrà trovare un sua giustificazione.
"un allontanamento dalla teorizzazione in termini di grandi sistemi che
concettualizzano il sociale come una totalità; un distacco dalle concezioni
formali, positivistiche della teoria sociale(...); una forte preoccupazione
per la crisi della rappresentazione e della legittimazione (...); un ritorno
alla produzione e alla mercificazione dell'esperienza come preoccupazione teorica
centrale; uno sforzo di periodizzare l'epoca postmoderna, di separarla da quella
moderna(...); uno sforzo di formulare una agenda femminista e dei Cultural Studies
che darebbe voce alle minoranze "ridotte al silenzio" e parlerebbe
delle tecnologie della repressione e della rappresentazione(...)Esperimenti
radicali di scrittura di teoria e interpretazione, inclusa la poesia, la recitazione
e "mystories" multi-mediali."
C'è chi si domanda, come ha fatto Kellner criticando il tentativo di
definizione puntuale di Denzin, se davvero esista qualcosa come il postmodernismo,
a cui sia lecito attribuire propri requisiti distintivi. In effetti, un lavoro
meticoloso che tenta di rintracciare tutti i fenomeni del postmoderno, spesso
finisce per ripetere quello che la sociologia ha già detto di fenomeni
tipicamente moderni. Il problema che si pone allora è questo: ha ragione
d'essere una definizione che fallisce il suo obiettivo, ripiegando su caratteristiche
già note per mettere in luce qualcosa che è (o dovrebbe essere)
radicalmente nuovo?
"Molti teorici del postmoderno(...)spesso fanno semplicemente la lista
di un insieme di caratteristiche arbitrarie che si dicono essere "postmoderne"(...)Molte
di queste liste ed esempi citano caratteristiche o artefatti chiave del moderno
come esempi del "postmoderno", e così falliscono nel teorizzare
adeguatamente i fenomeni. Alcuni di quelli che sostengono una svolta postmoderna
nei Cultural Studies, come Denzin (1991), si può affermare che sovradefiniscano
il termine(...)Per Denzin, qualsiasi cosa accada nella società statunitense
del secondo dopoguerra è "postmoderno"; egli offre un elenco
dopo l'altro delle sue caratteristiche distintive, parecchie delle quali potrebbero
essere facilmente assimilate ad elenchi che caratterizzano fenomeni moderni."
2.3.2 Un progetto postmoderno per i "Cultural Studies".
Il punto che mi sembra importante da sottolineare è il tentativo, messo
in luce da Denzin, di fornire una definizione non tanto del postmoderno come
dato di fatto storico della ricerca sociologica, quanto specialmente della sua
personale concezione del postmoderno. Il "suo" postmodernismo vorrebbe
infatti porsi come forma di resistenza culturale, con uno scopo dichiaratamente
politico: prendere le parti di chi non ha voce, ovvero delle minoranze e delle
subculture che stanno ai margini della considerazione pubblica. Il suo lavoro
teorico, in linea con quello della tradizione dei Cultural Studies, ha di mira
gli aspetti contraddittori e problematici dell'esperienza quotidiana, in questo
preciso momento storico. Non è insomma così indispensabile, secondo
Denzin, avere le idee chiare sulla definizione esatta di postmoderno (anche
perché probabilmente non esiste), ma è fondamentale restare fedeli
a una seria istanza critica.
"Come osservatore della scena postmoderna io devo riconoscere che sono
inserito in ogni azione e situazione di cui scrivo(...)Offro, allora, una lettura
etnografica critica di questo mondo e dei suoi significati(...)Questo significa
che io non sono né un custode né un difensore della cultura postmoderna,
e delle teorie prodotte su di essa. Cerco, invece di scrivere una teoria postmodernista
di resistenza culturale, che riconosce ed esplora il mio posto nella creazione
di questa cultura e dei suoi significati.(...)Mi sforzerò di esporre
le limitazioni alla libertà che scaturiscono dalle logiche culturali
del tardo capitalismo ."
Il progetto di Denzin che, come ho già anticipato, muove da un confronto
bilaterale con Baudrillard e Mills, implica una complessa analisi della cultura,
svolta su tre livelli.
Il primo livello approfondisce l'esame dei prodotti culturali dal punto di vista
ideologico ed economico. Chi li produce e secondo quali modalità? Chi
li distribuisce? Chi li consuma? Il secondo livello esamina invece i testi,
nel loro contenuto, e le pratiche che li costituiscono nel loro significato.
Il terzo, è quello più tipicamente interazionista, perché
concentra l'attenzione sul piano dell'esperienza vissuta.
"Un (modello di) Cultural Studies efficace, interpretativo, interazionista...chiede,
dopo Mills, 'Come (accade che) i problemi personali dell'individuo postmoderno
siano trasformati in temi pubblici?'. Un approccio di questo tipo esamina tre
problemi interrelati: la produzione , la distribuzione, il consumo e lo scambio
degli oggetti culturali e dei loro significati; l'analisi testuale di questi
oggetti, dei loro significati e delle pratiche che li circondano; e lo studio
delle culture vissute e delle esperienze vissute che sono costituite dai significati
culturali che circolano nella vita quotidiana."
2.3.3 La terza tappa del segno. Baudrillard e Blade Runner.
La prima questione da analizzare è dunque quella che riguarda il processo
di produzione-distribuzione-consumo degli oggetti culturali.
Le rappresentazioni dei media, seguendo l'interpretazione di Baudrillard, hanno
raggiunto la piena autonomia segnica, ovvero si sono sganciate del tutto dal
vincolo che le stringeva ai loro referenti. L'unica realtà con cui ci
troviamo a fare i conti è quella dell' iperrealtà del mondo del
segno. Norman Denzin esamina in profondità le conseguenze di questa teoria,
emblematica del postmodernismo, mostrandone rispettivamente elementi di similitudine
e di contrasto con la sua lettura della cultura postmoderna.
"Noi ci troviamo ora nella terza tappa del segno. Il segno è divenuto
realtà, o iperreale(...)Queste strutture visuali di discorso stanno producendo
una nuova 'visività', o linguaggio del visibile(...)Essa introduce un
nuovo insieme di logiche mediali e di formati mediali. Questi nuovi formati
alterano i rapporti delle persone con il reale(...)Essi mantengono un impegno
narrativo ed epistemologico verso la logica della simulazione della terza tappa
del segno. Essi servono per trasformare l'individuo in un nuovo oggetto culturale(...)Allo
stesso tempo essi diventano nuovi veicoli per la produzione e la riproduzione
dell'ideologia ufficiale."
Il concetto chiave della teoria di Baudrillard, dice Denzin, è quello
di simulazione. La finzione delle immagini cinematografiche e televisive è
l'unica verità che ci è rimasta. Non c'è più motivo
di chiedersi se le immagini corrispondano a realtà autentiche, perché
lo stesso concetto di autenticità ha perso ogni significato. Sono le
tecnologie della produzione iconica che legittimano la verità delle rappresentazioni.
La nostra vita quotidiana, invasa da una proliferazione continua di immagini,
si perde nel gioco delle ombre, e non c'è modo di uscire da questa trappola.
"Il simulacro, che significa una immagine, la sembianza di una immagine(...)è
il concetto centrale della teoria della storia di Baudrillard(...)La finzione
è diventata verità(...)Il villaggio globale di McLuhan è
stato cancellato dalla società cibernetizzata(...)Questo modello tetro
immagina che ogni sforzo di cambiare il sistema restando entro la rete della
comunicazione strutturale sia destinato a fallire(...)Noi tutti siamo in trappola.
Non c'é più alcuno spazio per il cambiamento"
Denzin prosegue il commento alla teoria del sociologo francese dicendo che,
secondo quest'ultimo, le questioni che rigurdano l'origine e l'autenticità
avrebbero ormai perso ogni significato, dal momento che siamo controllati ad
ogni passo da tecnologie della simulazione che organizzano la nostra vita su
basi numeriche (di opposizione binaria).
La teoria del simulacro proposta da Baudrillard, dal punto di vista di Denzin,
esprime in modo corretto il rapporto esistente tra ognuna delle tappe del segno
e le corrispettive fasi epistemologiche. Ciascuna fase epistemologica coincide
infatti con un determinato modo di concepire la realtà e di rappresentarla
in forma segnica: testuale, cinematografica e simulativa. In tempi diversi,
secondo Denzin, gli oggetti culturali hanno perciò assunto diversi significati
e funzioni nelle pratiche quotidiane di consumo. I mutamenti di senso di queste
pratiche vanno di pari passo con gli aggiustamenti dell'ideologia dominante
in cui si iscrivono.
"Ogni tappa del segno è stata (ed è) definita da un particolare
regime epistemologico concernente la realtà e le sue rappresentazioni.
Questi regimi corrispondono alle tre forme di realismo precedentemente identificate
come testuale, cinematografica e simulativa. In ogni fase epistemica il capitalismo
è stato causa e ha prodotto particolari ideologie di consumo riguardanti
gli oggetti culturali. Dal primo al terzo stadio del segno, l'ideologia si è
spostata dai consumatori come utilizzatori di oggetti ai consumatori come soggetti
che consumano oggetti per il loro status e per i valori di prestigio. Il consumo
è diventato la logica culturale dominante ."
La messa a nudo dei meccanismi di produzione e riproduzione dell'ideologia dominante
va ben al di là della teoria del simulacro da cui Denzin ha preso le
mosse. Proprio su questo punto arriva infatti la sua critica a Baudrillard che,
nel suo catastrofismo futuristico, acclude anche la disfatta di qualsiasi tentativo
di uscire dalla logica dell'immagine e della finzione, annichilendo anche i
sussulti di rivolta delle subculture. Per questo motivo Denzin paragona la visione
del mondo postmoderno di Baudrillard a quella del film Blade Runner di Ridley
Scott, che rappresenta un ipotetico futuro, in cui tutti i valori e le certezze
lasceranno il posto a una desolante nostalgia del passato che non c'è
più. Baudrillard si sarebbe dunque rassegnato ai mali del postmoderno,
insegnandoci che, tutto sommato, alla paura del vuoto si può anche fare
l'abitudine.
"Questa è finzione scientifica, o utopia negativa(...)Una visione
da incubo della futuristica società postmoderna. Sembra e vuole (essere)
come il film di Ridley Scott del 1982, Blade Runner, che venne ambientato in
una quintessenziale città postmoderna, Los Angeles, nell'anno 2019. (Robot,
cyborgs e androidi non sono nominati da Baudrillard, ma sono presenti ovunque)(...)Rimane
solamente una nostalgia romantica...'Che cosa faremo adesso che la realtà
se ne è andata?' Tutto ciò che resta è vivere con ciò
che è rimasto(...)Diversamente dal Frankenstein di Mary Shelley, che
uccideva il mostro creato dalla scienza(...)Baudrillard tiene in vita il mostro.
Come Il Dottor Stranamore di Kubrick, Baudrillard ha smesso di temere. Ha imparato
a vivere nel postmodernismo(...)E' lui il Dottor Stranamore."
2.3.4 La nostalgia di una totalità perduta.
Quello che Denzin rimprovera con forza a Baudrillard è dunque la negazione
di qualsiasi possibilità di critica costruttiva alla società postmoderna,
che restituisca senso e dignità all'azione umana. Baudrillard, sedotto
e, pur tuttavia, profondamente turbato dalla potenza pervasiva delle tecnologie,
si chiude invece in un cinico fatalismo, rimpiangendo la solidità della
defunta età moderna.
Baudrillard, secondo Denzin, non è comunque il solo teorico del postmodernismo
che si abbandona al rimpianto. Anzi, è questo forse il sentimento che
si riscontra più di frequente e che coinvolge, ad esempio, anche Lyotard
e Jameson. Oltre alla nostalgia, i tre teorici condividerebbero anche il desiderio
di costruire un modello interpretativo totalizzante della società postmoderna.
"Non volendo abbracciare pienamente il mondo di Blade Runner del 2019,
ma affascinato(...)dalle tecnologie informative(...)(Lyotard) rifiuta di accettare
questo mondo o di proporre la sua decostruzione(...)I fallimenti del progetto
di Baudrillard vengono parzialmente corretti dalla lettura della condizione
postmoderna di Lyotard. Mentre si allontana dal fatalismo di Baudrillard, egli
condivide un impegno a scrivere una grande teoria della storia, una teoria totalizzante
della società postmoderna, anche quando sostiene che queste grandi produzioni
metanarrative sono morte. Politicamente le formulazioni di Lyotard implicano
un relativismo democratico radicale"
Secondo Lyotard le grandi narrazioni della modernità, che contribuivano
a fissare l'esperienza vissuta entro salde cornici interpretative, hanno perso
tutta la loro forza. Il marxismo, la psicoanalisi, gli ideali di libertà
e di ragione dell'Illuminismo non trovano più seguito nel postmoderno,
lasciando la scienza, la verità e la società in balia delle tecnologie
della comunicazione. Quello che rimane, anche in questo caso, è la nostagia
di un tempo in cui il linguaggio aveva ancora un senso, perchè costituiva
la porta di accesso almeno a una qualche porzione di realtà.
E' forse proprio la nostalgia di una interpretazione complessiva della realtà
che, secondo Denzin, condurrebbe Lyotard verso la contraddizione. Infatti, dietro
il rifiuto delle metanarrazioni, si nasconderebbe un'altra metanarrazione: quella
che parla del mondo postmoderno.
"(Lyotard) ha scritto una versione del postmoderno che si conforma al suo
stesso desiderio nostalgico di un età in cui il linguaggio catturava
di fatti la realtà(...)Da nessuna parte(...)c'è una qualche prova
del fatto che le metanarrazioni della libertà e della emancipazione siano
morte(...)Il Postmarxismo è ancora vivo(...)La psicoanalisi come metanarrazione
non è scomparsa(...)Asserendo la morte delle grandi narrazioni(...)Lyotard
può scrivere allora una teoria che ignori le reali strutture di oppressione(...)"
Denzin, in chiusura dell'analisi critica del pensiero di Lyotard, rileva la
presenza di un paradosso Infatti, al di là della dichiarazione del crollo
delle metanarrazioni, la sua stessa lettura della condizione postmoderna è
metanarrativa, dal momento che tende verso un 'dar ragione' totalizzante.
Comunque, anche ammettendo che le cornici interpretative 'forti' si siano ritirate
dietro le quinte, secondo Denzin sulla scena sono ben presenti una grande varietà
di rappresentazioni e narrazioni della cultura popolare. Questo significherebbe,
contrariamente a quanto sostenuto da Lyotard, non una frammentazione irrecuperabile
del senso, ma una riproduzione costante delle vecchie metanarrazioni sotto mentite
spoglie. Si crede cioè che le rappresentazioni multiformi della cultura,
generate dai media, siano all'origine della dispersione dei significati, mentre
non farebbero altro che rinforzare l'ideologia dominante.
"La perdita di significato non viene dal fatto che la conoscenza non sia
più principalmente narrativa. Oggi più che mai nella storia della
civiltà occidentale narrazioni multiple, locali, incorniciate entro più
ampie cornici interpretative patriarcali, circolano ogni giorno attraverso le
correnti della cultura popolare, dai film alle soap opera, ai libri comici,
alla musica popolare e ai romanzi d'avventura(...)le logiche culturali del tardo
capitalismo mantengono in vita l'inattendibile (il reale, il passato, l'amore
romantico, la felicità vera), sforzandosi ancora di nuovo di riconciliare
l'immagine con il suo referente, il concetto con il sensibile, il trasparente
con l'esperienza comunicabile."
2.3.5 L'oblio dell'esperienza vissuta
Il vero nodo cruciale che i teorici del postmoderno non hanno fanno emergere
con chiarezza è, per Denzin, la trasformazione in corso dell'esperienza
vissuta. Non può essere il rimpianto il sentimento dominante, perché
così si finirebbe per far annegare anche gli individui assieme alla modernità.
Le persone invece continuano ad esistere, con le loro vite e le loro difficoltà,
insieme ai simulacri che tentano di sostituirle. In questa argomentazione si
fa presente nuovamente l'istanza pragmatica caratteristica dell'interazionismo:
per comprendere quello che accade è più utile guardare le cose
da vicino, piuttosto che avventurarsi nella costruzione di nuovi modelli totalizzanti
della società.
"L'esperienza vissuta(...)è diventata l'ultima merce nella circolazione
del capitale. L'esperienza vissuta non muore con il modernismo(...)è
presente ovunque come la (condicio) sine qua non del significante postmoderno(...)le
notizie della sera, dove persone reali che soffrono crisi reali precipitano
nei nostri salotti attraverso la finestra della TV: l'esperienza vissuta è
dappertutto intorno a noi(...)Il soggetto non è morto(...)mentre è
frammentato attraverso una varietà di scene da vedere, rimane una voce
e una presenza che i media postmoderni richiedono per le loro produzioni quotidiane"
I media hanno preso l'abitudine di 'vampirizzare', come spesso si sente dire,
i drammi della vita quotidiana degli individui. Denzin qui lascia intendere
che chi è escluso da queste rappresentazioni del sogno americano, si
sente altrettanto escluso da qualsiasi opportunità di una compiuta autorealizzazione.
I codici che definiscono il formato mediale delle tragedie personali modellano
spesso gli eventi in modo da farne prodotti narrativi facilmente consumabili
e digeribili per il pubblico. Questo significa che buona parte dei prodotti
finiti, film, soap e quant' altro, ripropongono gli stereotipi culturali più
diffusi, evitando il rischio di dare uno scossone al 'dato per scontato'. Il
risultato finale di questa selezione mirata di contenuti e di valori, è
un rafforzamento della cultura dominante corrente, da cui tutte le minoranze
si sentono messe a margine.
" Questi eventi e i loro significati sono codificati attraverso un sistema
che non permette a nulla di sfuggire all'interpretazione. Il codice interpretativo
dei media contiene ogni cosa, incluso il messaggio e il ricevente(...)Il codice
esclude tutti i comunicatori tranne quelli bloccati entro la cornice comunicativa
stessa(...)Ampi gruppi culturali ( i giovani, le donne, gli anziani, le minoranze
razziali ed etniche, gli omosessuali) non sono in grado di vivere le loro versioni
ideologiche del sogno americano o di sperimentare la felicità personale."
2.3.6 Seguendo la lezione di Mills: drammi privati e temi pubblici.
A questo punto, mi sembra utile ampliare l'analisi del rapporto tra pubblico
e privato, dedicando un esame più approfondito dell'eredità che
C.W. Mills ha lasciato a Denzin. Ho già fatto cenno, nel primo capitolo,
al legame che esiste fra questi due teorici, che si delinea soprattutto nel
recupero, da parte di Denzin, dell'istanza critica e pragmatica, di cui Mills
si fece portavoce in modo particolare con The Sociological Imagination (1959).
Denzin ci offre in Images of Postmodern Society una rilettura critica e, allo
stesso tempo, appassionata del pensiero di colui che è stato forse il
suo più grande maestro. La chiave interpretativa che fornisce Mills,
ignorata dai teorici del postmoderno come Baudrillard, fa invece strada a Denzin
in direzione delle riflessioni critiche sui media proprie dei Cultural Studies.
L'obiettivo della ricerca sociologica, individuato da Mills, è infatti
la scoperta dei nodi cruciali in cui i problemi privati diventano temi di interesse
pubblico.
"Quali sono i problemi personali chiave e i temi pubblici dell'epoca postmoderna?
Considerate le storie dell'informazione che coinvolgono gli eroi, i criminali,
le vittime nella società americana dell'ultimo decennio: l'AIDS, i senzatetto,
l'alcolismo e l'assunzione di droga, la disoccupazione(...)Quali valori e significati
vengono minacciati da questi 'problemi sociali' percepiti, che sono i temi più
importanti per i media americani e problemi chiave nelle vite private degli
individui in questo momento? Notate che questi non sono problemi identificati
da Baudrillard, Lyotard e Jameson."
Denzin vorrebbe rendere conto, passando attraverso la proposta di Mills, anche
dello stato emotivo che caratterizza le minoranze della cultura postmoderna.
Il sentimento dominante, che scaturisce dalla repressione delle emozioni negative,
come l'invidia e la rabbia, è sicuramente il risentimento. Denzin si
richiama anche alle interpretazioni di questo sentimento, che sono state fornite
da Nietzsche e Scheler ed elaborate nel corso della definizione dei tratti distintivi
della modernità . Il risentimento, secondo Denzin, trascende i confini
della modernità e diventa il fardello emotivo delle subculture, che si
sentono escluse dai benefici, immaginati e mai posseduti, del tardo capitalismo.
"Sebbene Scheler e Nietzsche localizzassero il risentimento nel cuore della
prima esperienza modernista, esso certamente trascende il modernismo, ed è
divenuto parte della scena contemporanea(...)Il risentimento è il più
grande possibile quando la ferita del sé o del gruppo viene sperimentata
come un destino al di là del proprio controllo(...)Le logiche culturali
del tardo capitalismo amplificano e aumentano il risentimento tra i gruppi."
Mills aveva intuito le principali cause di frustrazione del nostro tempo, che
sono alla radice di ogni forma di risentimento. L'Immaginazione Sociologica
voleva spingere i sociologi a farsi carico dei drammi delle persone che non
hanno voce in capitolo, ma non c'è traccia della loro presenza concreta
nei suoi scritti. Denzin accusa perciò Mills di averci tratto, in un
certo senso, in inganno perché, mentre invita caldamente gli altri ricercatori
ad avvicinarsi alla vita quotidiana, preferisce andare sul sicuro, aggrappandosi
ai grandi classici sociologici.
"Il dialogo di Mills è modernista(...)Mills ha in mente i classici
teorici sociali. Le loro voci lo conducono a scrivere una teoria totalizzante
della prima società americana postmoderna che sposerebbe i livelli di
esperienza micro e macro(...)Egli predisse che la vita nel periodo postmoderno
sarebbe stata caratterizzata dalla confusione, dalla cresciuta alienazione,
dall'indifferenza(...)Ma da nessuna parte nelle pagine dei suoi lavori queste
piccole persone e i loro problemi personali parlano davvero. Mills parla per
loro(...)Mills risulta, da questa lettura, un eroe offuscato"
Un altro limite di Mills che, secondo Denzin, testimonia la sua appartenenza
alla modernità, è la fiducia nei valori dell'Illuminismo. La ragione
come mezzo di esplorazione della realtà, la libertà individuale,
la democrazia e l'affidabilità della scienza sono ideali su cui, per
Mills, vale la pena di fare assegnamento. In modo specifico, il nostro Autore
contesta a Mills la convinzione, di ascendenza tipicamente pragmatista, che
gli individui, educati alla libertà e all'uso corretto della ragione,
possano 'scampare' da soli alle trappole della società postmoderna.
"E, come Rorty, egli mantiene la speranza in una società democratica
in cui gli uomini e le donne ragionino liberamente sulle questioni vitali che
definiscono i problemi personali e i temi pubblici(...)Mills, come Habermas,
sente la mancanza di un futuro dove la ragione prevale(...)Comunque, il futuro
del postmoderno, che Mills voleva cambiare, e che Baudrillard, Lyotard e Jameson
trovano inaccettabile, non può essere sospinto in là in un paesaggio
che recede illimitatamente, (fino a) quando in un qualche momento tutto si cancella
e regna un nuovo giorno."
Continua>>>
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