Le bugie hanno le gambe lunghissime
di Francesca Capelli - articolo pubblicato da Newton
- Ottobre 1998
Diffidate di chi afferma di dire sempre la verità. Probabilmente sta
mentendo spudoratamente. Perché delle bugie - utilitaristiche, cortesi
o pietose che siano - non possiamo fare a meno. Sono loro, infatti, che ci permettono
di "sopravvivere" in situazioni particolarmente difficili o imbarazzanti.
"Le bugie stanno alla base di tutti i gruppi sociali, tanto che non solo
gli uomini ma anche gli animali ne fanno uso", spiega Luigi Anolli, docente
di Psicologia della comunicazione all'Università Cattolica di Milano
e direttore del Centro studi e ricerche in Psicologia della comunicazione dello
stesso ateneo. "Le femmine di scimmia, per esempio, approfittano dell'assenza
del loro compagno "ufficiale" per accoppiarsi con un altro maschio.
E i gregari, cioè i membri non dominanti del gruppo, nascondono le banane
al capobranco, per poterle mangiare in pace anziché consegnargliele.
La bugia ha insomma a che fare con la gestione di risorse scarse, come possono
essere il cibo o le femmine".
Tra gli uomini, però, le cose si complicano e assumono sfumature e motivazioni
diverse. C'è la bugia "bianca", sociale, che si dice per educazione
e per non ferire la sensibilità altrui ("Questo vestito ti sta benissimo").
C'è la bugia pedagogica, da raccontare ai bambini per gratificarli ("Mamma,
ti piace il mio disegno?", "Certo, è meraviglioso"). La
bugia utilitaristica, usata spesso sul lavoro per evitare un incarico difficile
o noioso ("Direttore, me ne occuperei volentieri io, ma devo aiutare mia
zia a traslocare"). La bugia di autopresentazione, una "piccola"
forzatura della realtà per apparire più interessanti o attraenti
("Ho scalato l'Everest senza ossigeno"). La bugia protettiva, classica
"di coppia", alla quale si ricorre per non far scoprire un tradimento
al partner ("Ieri non mi hai trovato a casa perché ho dormito da
un'amica"). L'omissione, che non è una vera e propria menzogna,
ma una verità taciuta. E poi, la nobilissima bugia a fin di bene, che
ha l'obiettivo di risparmiare un dispiacere a un'altra persona ("Guarda
che il tuo ex fidanzato mi ha detto che ti ama ancora") ed è tipica
di chi si attribuisce compiti di controllo e gestione all'interno di un rapporto.
"La bugia a fin di bene riflette una visione un po' onnipotente di sé
e una scarsa fiducia nelle capacità altrui di affrontare la realtà,
per quanto spiacevole e dolorosa possa essere", afferma Roberta Rossi,
psicologa e sessuologa dell'Istituto di sessuologia clinica di Roma.
La bugia non è mai fine a se stessa, ma è un comportamento
strategico. "L'adolescente che non racconta ai genitori cosa fa davvero
la sera quando esce con gli amici mette in atto una strategia", dice Giuseppe
Mantovani, docente di Psicologia degli atteggiamenti all'Università di
Padova. "Mente per difendere la lealtà verso il gruppo dei coetanei".
Oltretutto a volte essere bugiardi con alcune persone ci permette di essere
onesti con altre. Il nodo cruciale, dunque, non è tanto l'alternativa
tra mentire o dire la verità, ma la scelta dei soggetti da ingannare
e di quelli con cui essere sinceri. Dilemma di difficile soluzione, soprattutto
in una società come la nostra dove la verità e la massima apertura
sono considerate valori morali. "Ma non si tratta certo di dogmi universali",
aggiunge Mantovani. "In Cina raccontare la verità è considerato
un comportamento stupido, perché significa scoprirsi, un po' come andare
in giro nudi". Per gli orientali in generale, essere aperti e sinceri -
anche tra persone con un certo grado di intimità - può costituire
un'infrazione a regole sociali condivise. "Per i musulmani, l'inganno è
condannato dal Corano", dice Jolanda Guardi, esperta di cultura araba dell'Associazione
Italia-Asia di Milano. "Sono invece diffuse le omissioni, le cose che si
tacciono per pudore". Basta pensare che nei Paesi islamici chiedere a un
uomo come sta sua moglie è visto come un'intromissione nella sua vita
privata. "Non dobbiamo stupirci, visto che la cultura è un modo
di organizzare la realtà che cambia a seconda delle epoche e dei contesti",
aggiunge Giuseppe Mantovani. E non serve scomodare l'Oriente. Anche senza fare
tanta strada, nella cultura mafiosa - se di cultura si può parlare -
l'omertà è un comportamento legittimo, socialmente approvato e
incoraggiato.
Insomma, se non siamo ipocriti, dobbiamo riconoscere che nel nostro sistema
sociale la verità è sì un valore, ma solo a livello teorico.
Un esempio? Tutti coloro che lavorano in un'azienda sanno che, nei momenti di
crisi, bisogna fingere con i clienti e con la concorrenza che gli affari non
sono mai andati così bene. Certo, un conto è la strategia d'impresa,
un altro i rapporti interpersonali - d'amore o di amicizia - che dovrebbero
essere sempre basati sulla massima onestà e chiarezza. "Ma essere
leali non significa dire sempre la verità, in ogni circostanza e a qualsiasi
costo", sottolinea la psicologa Roberta Rossi. "Tenere qualche segreto
è una prova di indipendenza e maturità: sono i bambini che raccontando
tutto alla mamma, gli adulti sanno anche tacere. Soprattutto, una verità
sbattuta in faccia in modo brutale può essere anche un gesto aggressivo,
attuato con lo scopo preciso di ferire". Un coltello per colpire alla schiena,
nascosto dall'alibi della sincerità. "In amore, poi, confessare
una scappatella "senza conseguenze" è anche un modo per liberarsi
dei sensi di colpa e scaricarli sul partner", prosegue Roberta Rossi. Un
elogio della bugia, dunque? "Sì, se si tratta di episodi singoli,
parentesi che si aprono e si chiudono all'interno di un rapporto. Purché
non diventino pretesti per costruire una doppia vita". La bugia, dunque,
è un comportamento strategico solo se isolata. Altrimenti si innesca
un circolo perverso dal quale non è più possibile uscire: menzogne
sempre più grandi e gravi, usate per coprire le precedenti. E dal momento
che sostenere queste complicate "sceneggiature" è stressante
(oltre a richiedere una memoria impeccabile), prima o poi si finisce con l'essere
scoperti.
A meno che non si abbia a che fare con persone che "vogliono"
credere alle menzogne. Con loro il gioco funziona a meraviglia. Ma allora
si esce dall'ambito delle bugie raccontate agli altri e si entra nel campo minato
degli inganni che tendiamo a noi stessi. "Bugie vitali": così
le ha definite Daniel Goleman, ex docente di Psicologia all'Università
americana di Harvard e "scopritore" della cosiddetta intelligenza
emotiva (la capacità di riconoscere e gestire le emozioni). Secondo Goleman,
la mente di ognuno di noi ha una "parte cieca", incapace di vedere
le cose come stanno in realtà. E' grazie a questa "lacuna"
della coscienza che possiamo raccontarci le bugie vitali: realtà negate,
o alterate nel loro significato, perché troppo brutali e dolorose per
essere sopportate. Così ci convinciamo che se non entriamo più
in un vestito dipende da un lavaggio sbagliato e non dal fatto che siamo ingrassati.
O crediamo che il partner faccia tardi la sera perché trattenuto in ufficio.
Fino ad accettare situazioni gravissime. Molti psicoterapeuti riferiscono come
certi pazienti, che da bambini hanno subito maltrattamenti in famiglia, tendano
a descrivere i genitori violenti come persone affettuose ed espansive. Magari
un po' severe, ma sempre preoccupate del benessere dei figli.
Le bugie vitali sono l'equivalente psicologico delle endorfine,
sostanze prodotte dal nostro corpo in situazioni di stress, che agiscono come
anestetici naturali del cervello, danno un senso di euforia e riducono la percezione
del dolore. Secondo Goleman, qualcosa di simile succede anche alla nostra attenzione,
dotata di filtri per selezionare la realtà e farne arrivare alla coscienza
solo una parte. Questi meccanismi ci proteggono da informazioni troppo disturbanti
e traumatiche, che la nostra mente cancella o seppellisce nell'inconscio, impedendoci
di diventarne consapevoli. Non si tratta di eventi che fingiamo di ignorare,
ma di veri "buchi" nella coscienza.
La bugia vitale non funziona solo a livello del singolo individuo. Intere famiglie,
gruppi o sistemi sociali mettono in atto meccanismi di selezione delle informazioni,
ignorando quelle potenzialmente destabilizzanti. Non bisogna quindi stupirsi
se le violenze in famiglia vengono commesse per anni sotto lo sguardo di tutti
prima di essere denunciate. E si può interpretare in questa chiave il
fatto che, durante il nazismo, buona parte dei tedeschi negassero, in perfetta
buona fede, quello che avveniva nei lager. L'autoinganno è dunque
un baratto con il quale accettiamo un calo dell'attenzione in cambio del sollievo
dall'ansia e dallo stress. Ma c'è un prezzo da pagare per tutto questo:
la mancanza di consapevolezza. Se dunque una modica quantità di
illusione può essere benefica, è altrettanto vero che ignorare
i problemi ci impedisce di risolverli. Perché non possiamo cambiare ciò
che non vediamo. L'antropologo e psicologo statunitense Gregory Bateson sosteneva
che "esiste sempre un valore ottimale oltre il quale ogni cosa diviene
tossica: l'ossigeno, il sonno, la psicoterapia e la filosofia. Qualsiasi variabile
biologica ha bisogno di equilibrio". Lo stesso vale per la sincerità
e l'inganno. In qualche punto tra i due poli di comportamento - vivere una vita
di bugie e dire sempre la pura verità - c'è il sentiero giusto
che conduce al benessere e assicura la sopravvivenza.
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