L'estetica del bello e del sublime
Intervista a Remo Bodei - pubblicata da
Rai Educational - Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
- Luglio 1996
1. Professor Bodei, è possibile una definizione del "bello"?
E come è nata la trinità bello-buono-vero e perché oggi
sembra a noi far parte quasi di una sorta di archeologia concettuale?
Innanzi tutto, bisogna abbandonare lidea che vi sia ununica
definizione compatta di "bello" e che quindi si possa sapere
attraverso dei canoni fissi che cosa sia bello: il concetto di bello dipende
in primo luogo dalle varie civiltà; in secondo luogo, in ogni civiltà,
ma soprattutto nella nostra, è frutto di una serie di stratificazioni,
per cui il bello si potrebbe definire a grappolo, a costellazione, cioè
prendendo e collegando fra di loro le varianti principali, le varie risposte
che sono state date.
Il concetto di bello è unito, in molte civiltà, a quello
di buono. Del resto il nostro termine stesso, "bello", deriva
dal latino "bellus", che è un diminutivo dalla radice
"duenulus bonulus", è cioè qualcosa di "buono
in piccolo", di "mediamente buono". Del resto, sappiamo
anche che in Grecia il termine "kalós" è "bello",
ma si trova spesso in endiadi, cioè connesso con il termine "buono".
Nel greco moderno, inoltre, "kalós" non vuol più
dire "bello", ma "buono". Si potrebbe continuare:
per esempio, il giapponese "yashi" implica "bello"
e "buono". Ma in ogni cultura, più o meno, si attribuisce
al bello un valore, quindi qualche cosa che merita di essere perseguito.
Nella civiltà occidentale, a partire dalle origini, in particolare
dalla Scuola Pitagorica, nella Magna Grecia intorno al VI-IV secolo a.C.,
il concetto di bello si specifica ed entra in rapporto appunto al concetto
di vero e al concetto di buono, formando quella che possiamo definire
una "trinità". Nel senso che tutti questi valori, il
bello, il buono e il vero, hanno come caratteristica la misura e questo
dipende dalla religione e dallarte greca. La religione greca della
fase cosiddetta olimpica, è governata da Zeus, il cui genitivo
in greco è "Diós", cioè il Dio della "dies",
della "luce diurna", quello che stabilisce esattamente le proporzioni
e che ha per così dire sottomesso, in una specie di colpo di stato
divino, suo padre e le altre potenze, che sono state poi respinte nellinferno,
nel mondo sotterraneo, ed ha stabilito un dominio della forma.
Quindi la religione greca è molto legata allidea di armonia,
di proporzione, di limite e questa idea si trova anche nelle prime testimonianze.
Ad esempio, nel Tempio di Apollo di Delfi cè scritto che
la misura è tutto; ogni aspetto della vita greca ha come ideale
quello della misura: tanto il bello, quanto il vero, quanto il buono si
basano appunto sulla misura. Se noi prendiamo la geometria pitagorica,
sappiamo che possiamo costruire delle figure che sono, nello stesso tempo,
vere, perché matematicamente basate, e belle. E così sappiamo
che in Pitagora cè una costruzione geometrica che stabilisce
la lunghezza delle corde, quelle che noi chiamiamo "do", "mi"
e "la", in modo che la lunghezza delle corde, quindi matematicamente
stabilita e quindi vera, è anche bella come suono. La musica, daltra
parte, è lunica arte in cui noi visibilmente ancora abbiamo
quella che per i Greci era la proporzione di qualsiasi arte: ogni arte
manteneva insieme lesattezza e il pathos, quindi la verità
e la bellezza. Ancora per noi, anche nella musica dodecafonica, cè
sempre un rigore di carattere matematico, ma questo rigore non impedisce
che la musica sia anche calda, per così dire, e non soltanto fredda.
Per quanto riguarda il buono, forse è più difficile per
noi da capire - ma se leghiamo lidea di buono allidea di misura,
si intende non essere né troppo in qua né troppo in là
di un determinato modello. Per esempio, nel caso del coraggio, il vero
coraggio è quello che non si degrada per deficienza di coraggio
in viltà o per eccesso di coraggio in temerarietà. Oppure,
per quanto riguarda luso del denaro, la liberalità è
il contrario di quello che è un deficit di liberalità, cioè
avarizia, e di quello che è un eccesso di liberalità, cioè
essere spendaccioni.
Noi abbiamo per tanto tempo costruito questo modello, che poi si è
fissato in una forma precisa nel Medioevo durante la Scolastica; abbiamo
creato questi valori che a noi sembrano desueti, perché ormai ne
abbiamo perduto il significato. Però se riusciamo, guardando indietro,
a ricostruire cosè stato questo rapporto tra vero, bello
e buono, questa trinità perde quei caratteri un po patetici,
se vogliamo, un po ridicoli, che conserva per la nostra cultura
che se ne è sbarazzata.
2. Noi, però, invece di guardare allindietro, siamo costretti
a guardare in avanti e a dedicarci, quindi, dopo aver contestualizzato il bello
allinterno di un universo di valori più ampio, al bello. Ritorniamo
alla disciplina che specificamente se ne è occupata, che è naturalmente
lestetica e partiamo da una premessa, ossia dal significato etimologico
di "estetica". Estetica ha a che vedere, appunto, con sensazione,
con "aísthesis". Ma è sempre stato così?
No. Direi che, per quanto a noi sembri assurdo, giacché ogni opera
darte è fatta di qualcosa di sensibile - ad esempio i suoni
in musica, i colori e le linee in pittura, qualcosa di sensibilmente ancor
più materiale e pesante in architettura - tutta lestetica
antica, e in parte lestetica medievale, considera la sensazione
come una specie di detonatore di cariche emotive più alte, che
conduce la bellezza sensibile, che per così dire scatena in noi
la sensazione estetica, in direzione della bellezza intelligibile. Ciò
che vale, per dirla coi termini di Platone, è ciò che non
ha colore, "achrómatos", è la bellezza senza colore,
senza linee, senza sapore; è appunto per questo che il bello e
il vero coincidono: il bello è stato scarnificato e alla fine diventa
una forma di esibizione sensibile delle idee.
Invece, con il Settecento, col filosofo tedesco Baumgarten, che per primo utilizza
il termine "estetica" in una sua opera comparsa in due volumi nel
1750 e 1758, il terreno dellestetica comincia a impadronirsi della dimensione
del senso. I sensi - la vista, ludito, qualche volta il tatto o anche
il gusto - non rinviano più oltre se stessi. Essi non rimandano allintelligibile
ma, per così dire, allinterno del sensibile si rinvia tutta una
serie di significati; sopratutto, essendo il sensibile non astratto, essendo
cioè individualizzato, lopera darte non si lega più
alla riproducibilità allinfinito di unidea - ad esempio variazioni
sullidea di triangolo o sullidea di colonna - ma ogni opera è
considerata a sé stante: larte, cioè, si individualizza.
Detto in altri termini: per la prima volta larte non è più
il grilletto che fa scoppiare questa nostra apertura nei confronti di un altro
mondo; larte non ci introduce in un altro mondo che partecipa delle caratteristiche
del divino, essa ci tiene anzi legati a questo mondo e ci fa vedere il fascino
e lambiguità dei fenomeni che si succedono in questo mondo.
3. Soffermiamoci quindi su questi due aspetti e ritorniamo ancora al bello
intelligibile. Introduciamo un altro concetto importante, quello di "canone
estetico". Il bello intelligibile presuppone che vi siano, in qualche modo,
dei canoni oggettivi di bellezza, che essa quindi, come Lei già sottolineava,
sia riconoscibile da tutti in base a misure o a calcoli. Questa concezione è
rimasta a lungo dominante, in teoria se non in pratica, sino allinizio
delletà moderna, quando è stata sostituita da unidea
di bellezza più vaga. Quali sono state, in particolare, le conseguenze
di questo atteggiamento?
In primo luogo, va detto che il modello prima descritto di bellezza legata
alla misura implica anche che la bellezza sia calcolabile e che, essendo
essa calcolabile ed oggettiva, a seguire determinate regole si può
produrre il bello in architettura, in pittura, eccetera. Già gli
antichi però, per quanto questa concezione fosse dominante, non
la ritenevano lunica, perché ci sono - e siamo qui a una
definizione composita di bellezza - forme di bellezza legate, ad esempio,
alla semplicità, come sostiene Plotino: il colore delloro
o una stella sono belle senza armonia, cioè senza relazione ad
altro. Oppure ci sono concezioni medioevali della bellezza, che verranno
riprese da Heidegger nel nostro secolo, che hanno a che vedere con lidea
di "splendore". Del resto il tedesco "schön",
che vuol dire "bello", dal verbo "scheinen", implica
il "brillare", lo "splendore". Quindi la bellezza
è legata a questa "claritas", a questa "luminosità".
Dunque questa concezione invece dominante e incentrata sullidea
di proporzione, di misura, di calcolabilità, di oggettività,
comincia a entrare in crisi nel tardo Rinascimento, crisi conclamata nel
Barocco. Ancora nel 1509, per esempio, Luca Pacioli nel libro De divina
proportione, e poi tutta la scuola fiorentina neoplatonica, o meglio,
neoplotiniana - Marsilio Ficino ed altri, che influenzano pittori come
Botticelli, Raffaello, Michelangelo - sono legati a questa idea di divina
proporzione e di misura. Ma già con il manierismo, e poi con il
barocco, ci si accorge che la bellezza non coincide con lordine
e con la regolarità, che cè un qualcosa in più,
che col linguaggio immediatamente tratto da Petrarca è chiamato
"non so che" - Petrarca, a sua volta, lo assumeva da Agostino,
da un altro contesto: "nescio quid".
Cè un "quid", un "non so che", che contribuisce
a stabilire che cosè il bello, qualcosa appunto che non è
né calcolabile né misurabile, qualcosa che vi si aggiunge,
che il genio dellartista introduce. Quindi tutti i canoni precedenti
in qualche modo saltano, perché non cè più
un criterio condivisibile a cui appellarsi. Bisogna avere quello che si
chiamerà appunto "gusto".
Rispetto ai sensi nobili della vista e delludito, che sono capaci
di misurare in metri o in cadenze o in altezza di suoni, il gusto è
il più intimo dei nostri sensi: non è come il tatto, che
implica il contatto, ma è un contatto dentro di noi, dentro una
mucosa sensibile, come quella nel corpo del palato o, nel caso della bocca,
della lingua. Quindi lidea di gusto implica che ci sia un elemento
soggettivo dominante e che, soprattutto, lopera darte venga
introiettata da chi giudica. Ma allora si tornerebbe al problema della
bellezza legata allarbitrio individuale, secondo i proverbi che
abbondano nella bocca non solo del popolo ma anche dei cosiddetti dotti.
Invece il gusto, noi sappiamo, può essere educato, e anzi tutta
larte moderna e lestetica stessa, in quanto disciplina, nascono
proprio dalla necessità di educare il gusto, perché non
è la stessa cosa una di quelle croste che si vendono lungo le strade
nelle stazioni balneari, del vecchietto col fiasco in mano - che poi,
fra laltro, non è altro che una degradazione di un quadro
di Cézanne - e un capolavoro riconosciuto, ad esempio un quadro
di Giotto, oppure di Caravaggio.
Allora il problema è come si educa il gusto. I Musei, ad esempio,
promuovendo certe opere, dichiarandole degne di essere esposte o respingendole,
hanno stabilito degli standard del gusto. Tra laltro è interessante
perché, proprio a Roma, alla fine del Quattrocento, nasce, per
così dire, virtualmente il primo Museo, quando viene regalata una
collezione di bronzi alla Municipalità di Roma, intorno al 1470,
tra cui la Lupa Capitolina. Ma a Roma proprio, esattamente nel 1733, cè
il primo Museo del mondo di antichità. Poi con Napoleone e con
tutto il passaggio dalle collezioni principesche o ecclesiastiche private
alle collezioni pubbliche nasce lepoca dei Musei statali, che è
più o meno parallela alla nascita delle Scuole di Belle Arti. Qui
vale la pena fare unaltra riflessione: mentre prima era bella soltanto
la natura e larte lo era di riflesso, in quanto capace di "mimesi",
di imitazione o rispecchiamento della natura, a partire dal Seicento o
più fortemente dalla metà del Settecento, larte, come
del resto noi la concepiamo, è "bella". Bello non è
tanto loggetto spontaneo, naturale, ma loggetto artificiale:
il quadro, indipendentemente dal fatto che il suo referente sia un paesaggio
che esiste o non esiste, una musica, indipendentemente dal fatto, come
si dice della Sesta Sinfonia di Beethoven, se il primo movimento rappresenti
una gita in campagna. Larte non ha più a che vedere con un
bello naturale, si autonomizza ed è regola a se stessa.
4. Nellambito di questa riflessione non possiamo non introdurre un
altro concetto, antico, collegato naturalmente a quello di bello: il concetto
di sublime. In che senso questo concetto si sviluppa nella cultura antica e
cosa lo distingue nella cultura antica dalla sua concezione moderna?
Nella cultura antica il concetto di sublime si ritrova per la prima volta
documentato - esisteva forse da prima - nel cosiddetto Pseudo-Longino,
in unopera appunto intitolata Del sublime. Il termine è interessante.
In greco è Ïcow (hypsos), che vuol dire "ciò che
è alto", ciò che ha carattere verticale. In latino
"sublimen" ha due etimologie opposte: o "sub-limen",
"altissimo", che sta sotto larchitrave della porta, o
"sub-limo", "sotto il fango", cioè quelle cose
abissali, nascoste da uno strato di bruttezza. Ad ogni modo, in entrambe
i casi, nello Pseudo-Longino, che non si sa se sia del I secolo - alcuni
lhanno identificato con Petronio, lautore del Satyricon, ma
la cosa è improbabile - o forse del III secolo, il sublime è
in rapporto al fruitore, cioè a colui che sente recitare o che
assiste a spettacoli di carattere letterario. Quindi il sublime ha a che
fare con leffetto che unopera darte produce su un animo
nobile.
Il termine greco è interessante: megalophrosyne, che non si può
tradurre "grandezza danimo", piuttosto corrispondente,
nella tradizione antica, a megalopsychía, non è soltanto
lelemento della nobiltà, ma proprio lelemento della
verticalità, dellaltezza delluomo. Unaltezza
quasi in senso letterale, perché io, dice lo Pseudo-Longino, nel
sentire recitare o nel leggere lOdissea o una tragedia di Sofocle,
mi sento crescere su me stesso, mi sento pieno di un orgoglio così
grande, che mi innalzo su me stesso, mi gonfio, come dire, di questo sentimento
del sublime, come se lopera darte lavessi fatta io.
Quindi le caratteristiche del sublime antico sono: innanzitutto il rapporto
eminente con testi letterari, in secondo luogo un tipo di retorica che
viene messa in opera, in terzo luogo - ed è la cosa più
importante - che questa anima è tanto grande da poter abbracciare
luniverso; la natura - dice lo Pseudo-Longino - ha fatto luomo
così grande che può contenere in sé luniverso.
La differenza col sublime moderno - la traduzione di questo testo appare
a Basilea, nel 1544 - è che il sublime moderno è caratterizzato
invece da uno shock, quello shock dovuto alle scoperte di Copernico e
poi di Galilei e di Newton: la terra non è al centro delluniverso,
ma siamo in una specie, come diceva Pascal, di "sentina del mondo",
in uno spazio buio, in un carcere. Quindi non solo la terra, ma anche
luomo non conta di per se stesso.
Da qui la percezione dellimmensità dello spazio in cui siamo
perduti, ma anche la percezione dellimmensità del tempo che
la terra e luomo hanno: il Seicento è il periodo in cui si
smette di credere al fatto, letteralmente inteso, che la terra e luniverso
siano stati creati in sei giorni e al settimo giorno Dio si sia riposato.
Fa la sua comparsa un senso di essere sperduti in un posto buio e vuoto.
Finisce il criterio antico dello Pseudo-Longino: non sono io che posso
abbracciare luniverso, è luniverso che mi abbraccia
e mi riduce a un essere infinitesimo: se mi confronto con la grandezza
delluniverso, con limmensità del tempo e dello spazio,
io non sono altro che un granello di polvere.
5. Abbiamo introdotto il concetto di sublime allinterno di questa
riflessione sul bello. È il momento, a questo punto, di comprendere quando
effettivamente sia stato distinto, il concetto di sublime, da quello di bello,
proprio nella tradizione filosofica. Quando è avvenuta nettamente questa
distinzione?
Tacitamente questa distinzione è avvenuta quando il bello, tra
il Seicento e il Settecento, ha perso questa potenza, questa capacità
di produrre uno shock ed è diventato una specie di ninnolo, cioè
il bello che non mi crea turbamento, il bello inteso come "grazioso".
Da qui lesigenza di rivalutare il sublime, soprattutto di rivalutare
quegli aspetti del mondo che prima facevano soltanto paura, ad esempio
lalta montagna, i deserti, le rovine; tutto ciò che prima
era temuto ed evitato dagli uomini, ora diventa bello - tantè
che gli Inglesi andavano a Napoli a vedere le eruzioni del Vesuvio e stavano
a distanza di sicurezza, ma non tanto lontano da non provare un certo
fremito e un certo brivido.
Cè stata quindi nella seconda metà del Seicento e
in tutto il Settecento questa sorta di attrazione fatale per tutto ciò
che mi produce spavento; ma uno spavento moderato, controllabile rimanendo
al sicuro: quindi guardo un mare in tempesta, uneruzione vulcanica,
guardo, come diceva Kant, delle grandi rocce pendenti sopra la mia testa
e mi sembrano sublimi. Perché io non riesco, per così dire,
ad abbracciarne il significato, perché mi intimidiscono.
Formalmente la distinzione tra bello e sublime viene esplicitata dal
filosofo e uomo politico irlandese, che poi ha vissuto in Inghilterra,
Edmund Burke, che scrive nel 1757 la Inquiry, l'Inchiesta sul bello e
sul sublime. La distinzione è molto netta e verrà poi ripresa
da Kant diventando classica: il bello è legato intanto al piacere,
poi al sesso femminile, poi al sesso in generale, al piacere sessuale,
e poi alla socialità. Quindi bello è ciò che ha grazia,
che non turba, che attrae e che, soprattutto, mette gli uomini in rapporto
fra di loro. Invece il sublime è legato alla paura, soprattutto
alla morte, perché è ciò che minaccia la mia "self-preservation"
- dice Burke - è legato alla mia "autoconservazione",
è legato poi al sesso maschile, alla virilità ed in particolare
allassenza, alla privazione; quindi privazione di luce, il buio,
privazione di forma, il deforme o linforme, privazione di sentimento,
e quindi noia o, ad esempio, distruzione fisica totale.
6. Kant ed Hegel hanno atteggiamenti opposti rispetto al concetto di sublime.
In che senso sono in opposizione e soprattutto in che modo questa loro opposizione
ha segnato il dibattito contemporaneo sul sublime e sul bello?
Per Kant il sublime è importante perché, come è
noto, almeno dai manuali, due sono le cose sublimi: la legge morale in
me e il cielo stellato sopra di me. Ma cosa vuol dire questo? Che il sublime
è un rapporto che si stabilisce tra la ragione e limmaginazione,
un rapporto conflittuale: io cerco di capire le idee, ad esempio, la libertà
morale o il mio posto nel mondo, ma non riesco a rappresentarmele in maniera
precisa; così, ad esempio, distinguendo tra sublime matematico,
che riguarda la grandezza - limmensità delluniverso,
quindi dei cieli stellati - e sublime dinamico, che riguarda le forze
agenti nelluniverso - leruzione vucanica, la tempesta nel
mare - tutte le volte che io cerco di rappresentarmi questa immagine,
quindi di renderla in termini razionali, limmaginazione mi fugge.
La più bella illustrazione di quanto ora detto è la poesia
di Leopardi LInfinito: la vista è limitata dalla siepe, ma
cè, per così dire, un "buio oltre la siepe"
che mi sfugge, che costringe limmaginazione a inseguire questo al
di là; oppure lo stormir di fronde attuali mi fa venire in mente
le morte stagioni, in contrasto con la presente e viva stagione. E mi
fingo - dice Leopardi - tutto questo scenario nel pensiero, "ove
per poco il cor non si spaura". Appunto questa è la caratteristica
del sublime: non è la paura allo stato puro, ma è "ove
per poco il cuore non si spaura", perché io mi sottraggo,
con uno scatto di orgoglio che ricorda lo Pseudo-Longino, a questa perdita
di me stesso nel mondo infinito dello spazio e del tempo. E il naufragare,
che è dolce in questo mare, dipende dal fatto che limpossibilità
di rappresentare, in forma sensibile, questa potenza infinita delle forze
naturali, alla fine mi lascia in uno stato di snervata felicità,
in quanto sono sbalzato dalla percezione allimmaginazione, dalla
ragione che cerca di fissare le cose allimmaginazione che proteiformemente,
cioè continuamente mutando, mi distrugge tutte le costruzioni che
faccio.
In epoca moderna, soprattutto nella filosofia americana e francese, con
Harold Bloom e con Lyotard, il sublime ha goduto in questi ultimi ventanni
di una grande popolarità, nel senso che il sublime non è
altro che il simbolo di tutti i nostri conflitti che non riusciamo a mediare
e che quindi rappresentano questa nostra tendenza a cercare di uscire,
in una situazione - dice Lyotard - del "postmoderno", da determinati
limiti senza però riuscirci. Quindi, mentre il mondo moderno, per
Lyotard, era caratterizzato da queste "meta-récits",
cioè da queste specie di favole per adulti, per cui la storia tendeva
sempre ad andare verso lemancipazione delluomo, oggi a questi
racconti non crede più nessuno, son diventate favole, ma da questi
racconti non riusciamo a uscire. Siamo continuamente rimbalzati dal credere
al non credere, dalla nostra immaginazione, che vorrebbe che ci fosse
unemancipazione del genere umano, alla ragione, che ci dice che
sono tutte illusioni.
7. Recentemente però, possiamo dire, lideale della bellezza
ha ripreso in qualche modo la sua autonomia - in parte, almeno - e la sua superiorità
rispetto al concetto di sublime. Quali sono allora, schematicamente, le tendenze
attuali a questo proposito?
Cè stata una forma di saturazione del sublime. Diciamo che
il sublime ha avuto un dominio che è iniziato col protoromanticismo
inglese, appunto nelletà di Burke, o poeticamente di Pope,
di Ossian, di altri poeti o canti, ed è durato, grosso modo, fino
alla seconda guerra mondiale, cioè ha accompagnato i periodi più
tragici dellEuropa e del mondo. Oggi, per così dire, cè
una reazione di rigetto: il sublime sembra troppo impegnativo, ci disperde
molto. Se il sublime ha avuto anche questa breve stagione di ritorno con
Lyotard, o con Bloom, oggi la tendenza è ad avere un bello aproblematico,
cioè cè una certa stanchezza di sublime, ma anche
di sperimentalismo nellarte.
La tendenza che si può osservare è duplice. Da un lato
larte europea, o comunque di tradizione europea, come quella degli
Stati Uniti o persino dellAustralia, sta scoprendo larte di
altre culture, ad esempio le culture africane, così come aveva
scoperto larte giapponese alla metà dellOttocento,
e mostra questa tendenza dellarte alla globalizzazione, cioè
a usare degli elementi che nascono da altri contesti e a metterli insieme.
Si possono vedere le mostre, ad esempio in Francia, di questarte
del Benin o del Congo o dello Zaire, in cui le tombe sono fatte a forma
di Mercedes, tutte colorate, di cemento, in cui gli elementi dei colori
locali, proprio il cromatismo, dato da tinture vegetali, viene associato
a un materiale industriale come il cemento, in forme di glorificazione
del defunto come ricco.
Queste cose non sono da prendere poco sul serio, perché rappresentano
tendenze anche nellarte cosiddetta avanzata. Laltro elemento, invece,
che mi sembra di notare è questo ritorno del sacro: larte tende
ad inglobare in sé quegli elementi di sacralità che aveva perso.
In Occidente larte ha una grande tradizione del sacro, non soltanto larte
greca o romana, ma soprattutto larte cristiana; almeno fino al Seicento,
si può dire che larte era arte sacra. Oggi ritorna questa tendenza
a rifare dellarte, come dire, un surrogato più modesto e più
tacito di quello shock che prima il divino produceva, quindi a ritrovare nelloggetto
artistico quellaura, quellelemento di sacralità che aveva
perduto. Larte cioè si sta impossessando di nuovo di questa forma
di trasmissione di un messaggio e il messaggio è che loggetto artistico
è una specie di finestra che ci spalanca la percezione di qualcosa che
non conosciamo, di un abisso. È una porta schiusa dal sensibile allultrasensibile,
ma un ultrasensibile che non viene dichiarato. Quindi non cè passaggio
dal bello sensibile al bello intelligibile; si resta nellintelligibile,
ma, per così dire, con una specie di emorragia del sensibile. Si sa che
il sensibile non basta.
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